martedì 4 aprile 2017

Il conte partigiano

Riceviamo e con immenso piacere pubblichiamo il ricordo della sezione ANPI di Casteggio del Comandante “Maino”, il conte fattosi partigiano. La scelta di Luchino Dal Verme va oltre il suo tempo mortale e vive in tutti gli antifascisti. Per questo, oggi più che mai, possiamo ancora dire: ora e sempre Resistenza!

L’ANPI, Sezione “Giuseppe Lodigiani” di Casteggio, è partecipe al dolore della famiglia, per la scomparsa del Comandante Partigiano Luchino dal Verme, “Maino”.
Ci sembra doveroso offrire una breve biografia, che testimonia la Sua personalità.
Fra i vari personaggi che hanno dato un contributo importante alla guerra di Liberazione in Italia, c’è il conte Luchino Dal Verme. Di tradizioni cattoliche e monarchiche, nella seconda guerra mondiale Luchino, si arruola in un battaglione di artiglieria a cavallo e fa la campagna di Russia. Tornato in Italia, viene spedito a Forlì per addestrare reclute al fine di ricostituire il suo battaglione, distrutto in Russia.
La fuga dei Savoia a Brindisi per Lui è un atto di alto tradimento. Intanto i tedeschi stanno rastrellando i militari italiani, per spedirli in Germania o fucilarli, se fanno resistenza. E’ qui che decide di darsi alla latitanza, quindi scappa a va a nascondersi nel Castello di famiglia a Torre degli Alberi, dove può contare anche sulla solidarietà della popolazione.
Durante la clandestinità nelle valli dell’Oltrepò ha un incontro importante: al Mulino del Conte di Ponte Nizza, va a trovare Italo Pietra, futuro capo partigiano. Pietra, è su altre posizioni politiche, ma sa che la guerra partigiana sta per cominciare e che Dal Verme è un bravo e esperto ufficiale. Gli chiede subito di entrare nelle formazioni combattenti, accetta e viene nominato comandante della 88.a Brigata “Casotti”, con il nome di battaglia Maino.
Lui di tradizioni cattoliche, viene poi nominato capo della Divisione Garibaldina “Antonio Gramsci”, cioè di una formazione militare Comunista e a chi dopo la guerra, gli pone la domanda, Dal Verme dà la risposta più semplice che si possa immaginare: “Non ho mai contato quanti fossero i comunisti nella mia divisione. So però quanti uomini sono morti per tutti noi, per la libertà di ciascuno di noi. E questo mi basta”.
La sua Divisione ha fatto molte azioni in pianura (ha sabotato la linea ferroviaria Torino-Piacenza) e soprattutto ha partecipato alla terribile battaglia di Costa Pelata, un durissimo corpo a corpo con i tedeschi, contro i quali combatterà anche un reparto di cecoslovacchi (disertori della Wermacht) e che richiederà l’intervento di due caccia bombardieri inglesi.
Tra il 25 e il 26 aprile la divisione di Dal Verme occupa Casteggio e il giorno dopo, il 27, è tra le prime formazioni partigiane a entrare (insieme a quella di Italo Pietra) nella Milano liberata.
Ed ecco un pezzo di Storia che ancora oggi fa discutere.
Quando il colonnello Valerio ricevere l’ordine dal CLNAI di andare Como per recuperare Mussolini (già fatto prigioniero da altri partigiani) e fucilarlo immediatamente (lo stavano cercando anche americani e inglesi), fa notare che c’è molta confusione in giro e che probabilmente ci saranno conflitti con quelli che hanno in custodia Mussolini. Quindi chiede di avere una scorta armata “ma che sia fidata” (in quei giorni in giro ci sono tanti finti partigiani e tante spie). Sulla richiesta di Valerio c’è imbarazzo: nessuno sa bene di chi ci si può fidare davvero.
Allora si fa avanti il conte Dal Verme: “Valerio, ti do io dodici dei miei uomini. Siamo appena scesi dalle montagne dell’Oltrepò, ci siamo fatti strada fin qui con le armi, di loro ti puoi fidare ciecamente”. E così Valerio parte con la scorta dei partigiani dell’Oltrepò.
Quando Valerio vede che i compagni di Como non vogliono dargli Mussolini, saranno proprio gli uomini di Dal Verme a spianare i mitra e a chiudere (pacificamente) la questione. Il Duce verrà poi fucilato, insieme a Claretta Petacci e insieme ad altri gerarchi fascisti saranno trasportati a Piazzale Loreto e “appesi” per far sì che non venissero deturpati dalla folla, giustamente inferocita, che si era concentrata per vederli.
Finita la guerra, al “Conte Partigiano” un po’ tutti i partiti offrono candidature e una carriera politica, lui dice semplicemente no a tutti: “Noi siamo uomini di azione, non siamo uomini di parole, per questo facciamo così fatica a comunicare ciò che abbiamo vissuto. Ma ci proviamo comunque”. Torna nel suo Castello a Torre degli Alberi, avvia un allevamento di polli, e sua moglie, apre una scuola di tessitura per le ragazze del paesino dell’Oltrepò, dal quale non si sono mai più mossi.
Un grazie a questo Partigiano, che insieme a quei ragazzi che sacrificarono gli anni della loro giovane esistenza e in tanti casi anche la vita, ci hanno donato la Libertà e 70 anni di Pace.
La sezione ANPI di Casteggio.


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