venerdì 19 maggio 2017

Fenoglio paga sabato

Il vento resistenziale del nord è già sotto attacco e il governo partigiano di Ferruccio Parri è già oggetto del tiro incrociato della democrazia cristiana e del partito liberale che ne decreteranno la fine nel dicembre 1945, quando Beppe Fenoglio scrive “La paga del sabato”. Il libro verrà pubblicato anni dopo.
La morte, pur incidentale, del protagonista del romanzo, Ettore – che testualmente così rappresenta sé stesso “ io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato… da partigiano comandavo venti uomini…” – pone una lastra di piombo sui giorni del coraggio e di quella felicità civile che, pur tra spari e lutti, aveva accompagnato la lotta di liberazione, come testimonia Teresa Cirio, partigiana: “si rischiava la morte però talmente c’era gioia di vivere; anzi eravamo proprio felici perché sapevamo che facevamo una cosa importante”.
Emblematica narrazione della frustrazione di alcuni partigiani che, consegnate le armi, non trovano radice nella vita civile, in parecchi casi emarginati e disoccupati, quando non addirittura rinchiusi in manicomio (cit. Franzinelli, Una odissea partigiana) o mandati a processo - l’Italia fu l’unico Paese, in tutta l’Europa libera, a perseguire i propri partigiani, non spregiando l’utilizzo dei verbali della GNR-, la storia di Ettore riverbera sulle testimonianze di tanti ex combattenti.

In qualche misura è l’eco straziata del sentire di quanti individuarono nello Stato post resistenziale il tarlo dell’indifferenza civile e della succube acquiescenza alla normalità filo atlantica, e il permanere di un vivo scheletro “fascista” incarnato negli apparati profondi dello stato largamente immuni da ogni epurazione.
Cambiatasi la giacca, molti sarebbero andati vantando il proprio passato fascista, rivendicando le “buone prassi” del regime, e fornendo avvallo a gigantesche operazioni di revisionismo storico; se per caso, qualcuno di essi andò rivisitando la Resistenza fu solo con l’obiettivo di attribuirle una plastificazione pseudo patriottica.
Nessuno stupore se i fili neri si dipanano ancora, e se, nel laissez faire di troppi corpi dello Stato, trovano accentuata visibilità nelle marce e nella manifestazioni che, insieme a Pavia, oltraggiano troppe nostre città.
“…due mesi, e diventiamo prigionieri della burocrazia, del reducismo, dei programmi astratti. Non riusciamo nemmeno ad offrire un lavoro, un pezzo di pane ai nostri partigiani meridionali… scopriamo che il fascismo è nello Stato dal 26 aprile ‘45” scrive Nuto Revelli, partigiano GL nel cuneese, in sintonia con il proprio Comandante Livio Bianco che ribadisce “ la nostra democrazia è non solo sulla difensiva ma in via di ripiegamento a ritmo vertiginoso” (cit. Dante Livio Bianco, Guerra partigiana)
Oggi, mentre ANPI Nazionale propone per il 27 maggio la giornata nazionale dell’antifascismo, e qualche voce liquida la nostra iniziativa come cosa vecchia, rivendicando la modernità, spesso sgangherata e brutale, come categoria vincente di approccio al reale, noi invitiamo a rileggere La Paga del sabato; con la convinzione che il quieto peso di questo libro nella mano “sia già antifascismo”. E con la consapevolezza che il mandato partigiano, mille volte calpestato e tradito, sia il solo fondamento legittimo della Repubblica e che da uomini come Nuto Revelli e Livio Bianco approdino a tutti noi le parole per chiedere oggi la radicale applicazione della Costituzione antifascista.

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