sabato 6 maggio 2017

Una battaglia partigiana


Pubblichiamo l'intervento di Mauro Sonzini, responsabile ricerca Centro Documentazione Resistenza, in occasione della commemorazione della battaglia di Costa Pelata, il 23 aprile 2017.

L’articolo 5 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo, adegua principi e metodi della sua legislazione alle esigenze della autonomia e del decentramento”. E l’articolo 10: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.
Vorrei cominciare da un elemento personale che forse vi aiuterà ad inquadrare il mio singolare punto di vista. Nel corso della mia vita ho a lungo provato prima a pensare e poi a dire ciò che ritenevo giusto fare. Ho però sempre cercato le opinioni contrarie, soprattutto quando non le ho condivise, non per lealtà ma perché l’incontro e il confronto m’arricchiscono, mi forniscono ulteriori strumenti di comprensione e d’azione. Fra pochi giorni tuttavia inizierò il mio cinquantottesimo anno di vita, età che nella frenesia di far in fretta la cosa giusta molti di coloro che celebriamo, neppur consideravano: mi trovo dunque in un’età in cui forze e obiettivi vanno accuratamente commisurati pena lo spreco e il fallimento. Di fronte allo spreco delle forze e al fallimento degli obiettivi, ho provato ancora prima a pensare e poi a dire cosa ritenevo giusto fare. Se nei consessi collettivi di cui ho fatto parte e di cui son stato dirigente, l’avessimo ritenuto giusto, se avessimo tutti deciso d’impegnarci per tali obiettivi, non avrei avuto ragione di lasciare. Ma per vari motivi non lo si è ritenuto. Son anzi stato tacciato di voler fare il mio partito, il mio movimento, la mia associazione, e ad accusarmi son stati coloro che il loro partito, il loro movimento, la loro associazione, poi se li son davvero fatti. Comunque non essendo divenuto il mio proposito proposito di tutti ho ritenuto giusto farmi da parte. Non che non m’interessi, solo per evitar spreco delle forze e fallimento degli obiettivi ho ritenuto giusto occuparmi d’altro. Tale scelta mi porta a starmene appartato, al limite dell’asocialità e della misantropia. Mi tengo solo lo studio: lo studio non conosce spreco né fallimento. Qualcuno comunque lo considera egoismo.
Il mio studio nulla ha di personale. Al contrario - è il motivo per cui oggi son qui, perché c’è da un lato l’invito ricevuto ma dall’altro l’accettazione dell’invito e quindi la mia valutazione dell’utilità d’esser qui - il mio studio è interamente dedicato a persone che in gran parte neppur ho conosciuto ma che sono state protagoniste della più importante pagina civile della storia della nostra nazione. La più importante - e di gran lunga - perché ha fatto riconoscere a tutti noi il valore e la libertà d’opinione e d’espressione, ha fatto affidare a tutti noi la responsabilità non solo della nostra vita individuale ma anche di quella collettiva, ha condotto tutti noi al suffragio universale, ha guidato tutti noi nel difficile trapasso da un’ottocentesca monarchia ad una moderna repubblica, sancita da una straordinaria Costituzione che noi posteri ancor fatichiamo ad attuare, quando, per i soliti vari motivi, non proviamo stoltamente ad affossare. A ben guardare è passaggio epocale, ancor più incredibile poiché, sprofondati in una fatale prostrazione, venivamo da un ventennio di dittatura asfissiante e retriva e da cinque anni di una guerra devastante e inesorabilmente persa. E, ben prima che ufficialmente lo sancissero gli “eletti” alla Costituente, a provarlo sperimentandolo sul campo son stati loro, i nostri uomini semplici della Resistenza. Anzitutto perciò la mia è riconoscenza.
Ma non solo. La mia è ricerca della verità. Non della mia verità. Ma della loro verità. Quella che fa sì che Giuseppe Chiesa o Luigi Migliarini non siano solo nomi di un polveroso elenco o una sbiadita lapide ma, a distanza d’anni, possano ancor oggi affermare e manifestare la propria identità, la propria storia e la propria esperienza di persone e protagonisti. È ricerca della loro verità più profonda. Quella che fa sì che si comprenda attraverso quali esperienze tali persone giungano a compiere le loro scelte e le loro azioni, quali siano le attitudini materiali e morali che essi riescono a metter in campo al servizio di se stessi, al servizio dei propri compagni e al servizio della propria comunità. O delle proprie comunità. Perché oltre alla comunità dell’Oltrepò in cui agiscono, alcuni, come Luigi Migliarini, trovano modo di metter in campo attitudini materiali e morali al servizio della comunità di loro provenienza, fatta di loro familiari, loro conoscenti o anche solo loro concittadini, pur lontani decine, centinaia, migliaia di chilometri da dove agiscono. E che per un crudele e beffardo atto del destino alcuni di loro, come Luigi Migliarini, neppur riusciranno a raggiungere. Perché altra incredibile peculiarità di tale epoca è che ciò che avviene in un punto, produce ripercussioni anche in contesti molto lontani. Quindi secondariamente il mio studio è ridar dignità alle loro persone e alle loro esperienze.
Impertinente quale sono, fossi seduto al vostro posto mi sorgerebbe spontanea una domanda: “Sei davvero certo che non sprecherai forze e tempo?”. È domanda insidiosa. Perché il naturale esaurirsi dei protagonisti di quei giorni, la distanza dall’avvenimento nel tempo, la ripetitività e la costrizione della commemorazione e, diciamolo, la nostra incapacità a rinnovare la ritualità innervandola di nuovi aspetti e nuovi contenuti, che è cosa ben diversa dalla foglia di fico del far pubblico tramite la notorietà dell’oratore (e non è certo il mio caso), mettono davvero a repentaglio le forze e il tempo. Potrebbe esserci di giovamento la contestualità del 25 aprile ma, con le sue ritualità e spesso le sue pletoriche retoriche, potrebbe riuscirci anche fatidicamente deleterio. Il problema - di conseguenza il mio impegno - è dunque far sì che questo nostro incontro non sia spreco di forze e tempo ma al contrario si renda non scontato, non banale, anzi efficace momento, come straordinariamente efficace fu la collettiva presa di coraggio e impegno che è stata la Resistenza.
A soccorrerci ci giunge la domanda che tutti ci poniamo: perché siamo qui? È domanda che ognuno dovrebbe essersi fatto per decider d’esser qui oggi. Ed è domanda che ogni anno ci facciamo ed è giusto che ogni anno ce la rinnoviamo. Perché siamo qui? Ignoro le vostre risposte: sarebbe interessante confrontarle. Cosa c’è di così profondo in ciò che allora avvenne da dover continuare ancor oggi a far memoria? Proviamo a scavare in ciò che avvenne.

A fine inverno 1945 la situazione si delinea in modo esattamente capovolto rispetto al suo inizio. Allora l’imminente inverno aveva spinto gli angloamericani a sospender la propria pressione militare consentendo al nemico nazifascista d’attaccare con violentissimi rastrellamenti le forze partigiane e le popolazioni che le sostenevano. L’imminente primavera invece ora riscalda gli animi proprio di quei partigiani che, con una resistenza davvero a oltranza, son riusciti a tener duro e che, con la ripresa delle operazioni militari angloamericane, intuiscono il deteriora- mento morale e materiale della potenza nazifascista spingendosi in colpi sempre più arditi. La battaglia delle Ceneri, vittoriosa premessa dello scontro di Costa Pelata, con conseguente rinuncia nazifascista alla montagna, scaturisce in tale contesto. Non tutti i nazifascisti accettano di lasciar i partigiani padroni della montagna: il colonnello Felice Fiorentini, comandante della criminale Sicherheits, sa che qualsiasi cedimento nei loro confronti si trasforma in ulteriori pericoli per la propria attività. D’altronde il terrore della sconfitta e la probabilità della punizione armano all’esasperazione la violenza, il disprezzo per la vita umana e la sete di vendetta insiti sin dalla nascita nello spirito fascista repubblichino.
Progettata da Arturo Bianchi, con assenso e limitata partecipazione nazista, la nuova operazione punta il medio Oltrepò pavese (Costa Cavalieri - Zavattarello Valverde - Val Nizza - Montesegale) mentre analoga manovra della brigata nera d’Alessandria investe la contigua area tortonese. Con un migliaio d’uomini, brigatisti neri, militi della G.N.R e della Sicherheits, giovanissimi delle Fiamme Bianche e vari soldati della Wehrmacht, l’attacco muove in tre direzioni: la valle Scuropasso con avvio da Broni, la valle Ardivestra con avvio da Godiasco, la regione di Pietragavina con avvio da Varzi. Obiettivo è snidare il nucleo centrale partigiano localizzato fra Torre degli Alberi e Zavattarello dove vi sono i comandi di settore Oltrepò e divisione Aliotta. I servizi d’informazione partigiana però funzionano a meraviglia: il rastrellamento è atteso e sabato 10 marzo il comandante Italo Edoardo Pietra ordina “difesa elastica con vigile azione di pattuglie” assegnando alla brigata Crespi responsabilità sugli accessi “da Varzi verso Pietragavina, monte Cucco, testata di val di Nizza”; alla brigata Casotti responsabilità su quelli dalle valli “Ardivestra, Schizzola e Coppa”; alla brigata Togni “pattugliamento forte della Ghiaia dei Risi” e annuncia intese con la Tundra, la Matteotti e GL.
Partita da Varzi nella notte tra 10 e 11 marzo la 1a colonna muove rapidamente, accerchia e cattura una pattuglia partigiana e raggiunge Oramala dove vicino alla cascina Riazza sorprende e uccide uno dei più stimati quadri da poco nominato capo di stato maggiore della brigata Crespi, il contadino della Tovazza Umberto Berto Negruzzi. Da Godiasco la stessa notte la 2a colonna risale senza apprezzabile resistenza la val Ardivestra fino a Costa Cavalieri e continua verso Torre degli Alberi: nei pressi di casa Fogliata l’attacco del distaccamento Missori della brigata Casotti li costringe ad arretrare su Costa Pelata. Infine all’alba di domenica 11 marzo muove anche la 3a colonna repubblichina al comando del colonnello Fiorentini che da Broni e Stradella sale in parte su una corriera e una rudimentale autoblinda che il colonnello s’è fatto costruire per ottenere una vittoria che cancelli lo smacco delle Ceneri. Il loro transito si dissemina ancora una volta di terrore, morte e tragedie. A Bosco di Montecalvo un proiettile vagante uccide la dodicenne Giuseppina Cocchi. A cascina Buda arrestano il contadino Pietro Maini fuggito da Ca Bertoni e il contadino Carlo Pisani accusato d’averlo ospitato: malmenati e “terrorizzati al punto da non saper più rispondere” sono fucilati a Casone. A Casone sbattono contro il muro Antonio Morini e a ripetizione gli sparano colpi di mitra appena sopra la testa forse per carpirgli informazioni. Intanto razziano bestiame e derrate alimentari. Facendosi scudo di Cesarino Cotorni la colonna cattura quindi a Costa di Montecalvo il partigiano della Togni Renato Caplon Moretti e brucia le cascine ai contadini Enrico Annori e Emilio Dezza per aver ospitato partigiani. Da Costa Piaggi di Canevino altri partigiani li costringono però a ritirarsi verso Rocca de’ Giorgi. Intanto lungo la strada che sale ai Tre Venti, partigiani della Togni e della Balladore attaccano l’autoblinda fascista. Il rudimentale mezzo non ha sfiato per i gas esalati dalle mitraglie: l’uso prolungato leva respiro agli uomini e compromette il funzionamento delle armi. A mitragliar corriera e colonne sopraggiungono inoltre due caccia alleati chiesti dalla ricetrasmittente Piroscafo, giunta provvidenzialmente a inizio marzo a Torre degli Alberi. L’intervento induce alla solidarietà i contadini consci che, come il 14 febbraio in valle Versa, i partigiani debbano tener a tutti i costi controllo delle alture: solo così i fascisti desisteranno da attacchi e rappresaglie. Incalzata dai partigiani la colonna Fiorentini è costretta nel pomeriggio a ritirarsi. Intanto, dopo la difesa di Zavattarello attuata dalla Crespi, in zona giunge la VI GL di capitan Giovanni Antoninetti che subito rioccupa Pietragavina e punta su Valverde per tagliar la ritirata ai nemici: fallita la sorpresa su Zavattarello e Torre degli Alberi e costretti alla difensiva, i nazifascisti cominciano a recedere.
Confortati dai parziali successi del giorno prima, lunedì 12 marzo i partigiani passano al contrattacco: guidate da Gim e da capitan Giovanni la Crespi e la VI GL attaccano decise Valverde. Nel ricordo di don Pezzati sono “sei ore continue” di vero e proprio “diluvio di fuoco”. Pur non accolti i ripetuti inviti alla resa da parte di Antoninetti, i nazifascisti non riescono a riprender iniziativa e alle ore 20 abbandonano il presidio. Intanto cecoslovacchi della Capettini e uomini della Casotti riaprono lo scontro a Costa Pelata la cui cima è più volte persa e riconquistata. En- trambi i contendenti invocano ripetutamente rinforzi. Ai rastrellatori li porta la colonna che risale la val di Nizza tenendo innanzi due civili in ostaggio: nelle vicinanze del Monte della Guardia li attacca il distaccamento Bixio della Casotti il cui comandante Luigi Vento Migliarini resta ucciso in località Polinago. Ai partigiani invece giungono dalla folta squadra della 2a brigata GL al comando di Italo Molinari e dalle brigate Sandri, Balladore e Togni che invano recano l’autoblinda catturata, presto messa fuori uso dai nazifascisti. Resta ferito l’operaio piacentino Gino Pio Molinari che malgrado il trasporto immediato morirà il 29 marzo all’ospedale di Bobbio. Falciati da mitraglie mentre tentano di liberar il bestiame dalle stalle incendiate da pallottole traccianti, a Scagni muoiono pure i contadini Giovanni Antonielli e Giuseppe Bonelli. A un certo punto i nazifascisti chiedono di sapere chi hanno di fronte e cosa li attenderebbe se si arrendessero. Alla risposta che “la loro sorte sarà decisa da tribunali” partigiani, il combattimento riprende duro. A sera però i nazifascisti obbligano contadini di Costa Cavalieri a caricar morti e feriti sui loro carri e con circospezione si ritirano, attaccati dai partigiani fino in val Ardivestra. Nella furia d’andarsene dimenticano un cadavere e da Godiasco inviano a recuperarlo Alessandro Schiavi, un contadino di Costa che li ha accompagnati: per evitar che non torni, gli trattengono in ostaggio il figlio Carlo.
“Il nemico è stato fermato, contrattaccato e respinto - scrive Franco Costa - le operazioni combinate sono state veramente brillanti e il nostro morale è altissimo”. In quel forse neppur appropriato aggettivo “combinate” si cela il profondo insegnamento che d’anno in anno dobbiamo trasmetterci, lo straordinario valore della battaglia di Costa Pelata e, a ben guardare, di tutta la Resistenza. Significa esser capaci, al di là di singoli orientamenti e singoli ruoli, di confrontare e unir le forze moltiplicando potenzialità morali e materiali. In sé ogni partigiano reca le proprie attitudini e muove a motivazione la propria storia che è anche storia della propria condizione personale e sociale. Ma agisce in squadra e ciò ne moltiplica vissuti, risorse e potenzialità. Ma non basta: insieme s’uniscono squadre e brigate, s’uniscono garibaldini, giellisti e matteottini. E a loro si uniscono, ognuno col proprio ruolo, contadini, civili, sfollati, informatori, sabotatori, operai. È una intera popolazione. Ci son persino gli alleati. È infatti anteprima dell’insurrezione e della Liberazione ormai imminenti, quando un intero popolo, il nostro popolo, partigiani in testa, col con- corso d’alleati e militari del Corpo Italiano di Liberazione, costringe i nazifascisti, il più forte esercito d’Europa, alla resa. È davvero momento epocale.
In questa parte d’Italia, a differenza d’altre, ho spesso sentito affermare che quanto avviene qui sia la forma più alta, più profonda e più vera di Resistenza. La smania di primeggiare sugli altri, di considerar le proprie ragioni a discapito di quelle altrui, non la trovo esattamente democratica. Trovo viceversa assai più democratico far emergere le proprie peculiarità in un più generale contesto ricco d’altri protagonismi. Cos’avrebbe d’altronde conseguito la Resistenza dell’Oltrepò senza quella alessandrina, senza quella piacentina, senza quella genovese? Cosa avrebbero conseguito tutte queste Resistenze senza le Resistenze delle altre regioni? Cosa avrebbero ottenuto senza le Resistenze d’oppositori e perseguitati, senza le Resistenze d’operai e contadini, senza le Resistenze di donne e ragazzi, senza le Resistenze degli Internati Militari e dei deportati in campi di concentramento, senza le Resistenze di tedeschi, belgi, olandesi, francesi, inglesi, greci, slavi e sovietici, persino albanesi, etiopi, abissini e spagnoli, senza le avanzate di russi e americani? Possiamo ben dirlo, senza le altre nessuna individuale e singola Resistenza ce l’avrebbe mai fatta.
È su tale base perciò che la generazione partigiana ha pensato uomini e donne nuovi, uomini e donne non autarchici, che sanno dar agli altri come sanno d’aver bisogno degli altri, uomini e donne che al di là di “ogni distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinione politica, condizione personale e sociale” agiscano con profondo rispetto per le proprie e altrui individualità ma anche con profonda responsabilità verso gli altri e in stretta collaborazione con loro. Uomini e donne autenticamente democratici capaci d’erigere un mondo nuovo in cui si considerino le ragioni di tutte e tutti e in grado d’offrire a tutte e tutti l’opportunità di produrre il meglio per sé e gli altri. Un mondo nuovo in cui, dopo aver fatto guerra alla guerra, si operi fattivamente per la pace e il progresso morale e civile dell’intera umanità attraverso il lavoro, la giustizia, la conoscenza, la salute, il benessere. Quanto tempo abbiamo sprecato! Quanto tempo continuiamo a sprecare! Neppur ci torna utile questa straordinaria lezione di civiltà che da un’epoca davvero difficile ci hanno donato i nostri uomini semplici della Resistenza!
Due giorni dopo la fine della battaglia sulla piazza di Cicognola Caplon affronta la morte. A nulla son servite le offerte di cambi coi fascisti catturati: Fiorentini e i repubblichini ardono di vendetta, vogliono la morte del partigiano in armi. Il parroco don Emilio Ginocchio racconta: “Attese la morte serenamente. Confortò i genitori che erano sopraggiunti e li esortò ad esser calmi. Poi si rivolse al plotone d’esecuzione e con voce ferma e forte disse: “Ragazzi andiamo”. Scese lo scalone del castello e giunto sul piazzale antistante si rivolse ai sicari aggiungendo: “Mirate al petto, vi raccomando!”. Dette l’ultimo sguardo ai colli e alla valle che s’andavano risvegliando alla primavera poi strinse la mano a tutti. Infine, scopertosi il petto, comandò a voce altissima: “Fuoco!”. Erano le 12,15 del 14 marzo. Chiusa nelle case, tutta la popolazione di Cicognola udì distintamente la voce dell’eroe che impavidamente ordinava ai carnefici di far fuoco contro se stesso. Il suo grido era un urlo di libertà. Aveva 21 anni”.
Francamente non sono in grado di giudicare se qui oggi ho sprecato tempo e forze. Ma, prima di questo, per rispetto alla dignità e al volere di Caplon e di tutti i suoi compagni resistenti posso dire che in coscienza l’impegno mio - e forse anche vostro - oggi è dovere di renderli e mantenerli vivi. 

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