venerdì 23 giugno 2017

Oltre il muro

Può essere una qualunque città, in qualsiasi posto, nell'universalità del dove, il luogo in cui la complessità e il caos della realtà si fanno barbarie. Spesso la si accetta, la barbarie, e se ne diventa parte fino a non riconoscerla più.

Nella città dove siamo arrivati, nel punto in cui rotatorie, semafori e condomini, cedono il passo alla sopravvissuta campagna, ci siamo imbattuti in un possente muro di cinta ad una villa che immaginiamo essere signorile.
Avvicinandoci con qualche curiosità alla potente altezza del muro abbiamo visto, su di esso affissa, macilenta, una lapide recante un nome e la scritta “caduto per la libertà, estate 1944”.
Non conoscendo la città né le abitudini dei suoi abitanti, ci siamo stupiti che nemmeno un fiore fosse posto in memoria dell’ucciso, così che almeno un colore spezzasse la fissità glaciale del muro, ricordando il sacrificio di una vita per un bene che, venendo noi da altrove, crediamo essere collettivo: la libertà.

Un uomo già anziano, con un cane dorato scorrazzante accanto al suo passo, a noi che domandavamo ragioni di questa indifferente barbarie, ci ha detto: “ il fucilato era un padre. Facendosi avanti tra neri soldati che battevano la campagna cercando i ribelli nella lotta anche qui combattuta per la dignità e il riscatto dell’uomo, contro la dittatura, il padre è stato ammanettato, gettato a terra ed ammazzato. Suo figlio, il ribelle, riuscì a fuggire. Forse ha trovato la morte ad attenderlo lontano da qui; forse è in un luogo remoto, ancora in attesa di una alba libera e giusta”.
E allora, chiedemmo noi smarriti, perché nemmeno un fiore – una margherita, un papavero, un qualunque fiore di campo?
Il vecchio era già lontano, con gli occhi attenti a seguire la corsa di un cane felice.
Da noi abbiamo cercato risposta.
Ci siamo detti che forse, in questa città, la proprietà di un muro e di ciò che il muro circonda vince sulla vita e sulla memoria del suo sacrificio.




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