lunedì 23 aprile 2018

Bar Cerere, luogo di ritrovo degli antifascisti della città.

Posata il 18 aprile scorso, in via Mentana 43, a Pavia, la targa dedicata agli antifascisti membri del CLN di Pavia che qui si ritrovarono durante i primi mesi della lotta di Liberazione.
Riportiamo le parole di Annalisa Alessio in occasione dell'inaugurazione.


Ringrazio tutti i presenti, il sindaco di Pavia, l’assessore Galazzo, il Presidente Camera Commercio e il funzionario del Comune che ha collaborato con noi per la posa di questa targa che dedichiamo oggi ai componenti del Comitato di Liberazione antifascista di Pavia.
Mentre raccoglievo le idee mi è venuto alla mente un passaggio delle Città invisibili, là dove Calvino scrive “La città non dice il suo passatocosì accade che città diverse si succedano sopra lo stesso suolo, nascano e muoiano senza essersi conosciute, restando incomunicabili tra loro”.

Il senso del percorso avviato da ANPI Pavia sta tutto qui: il nostro è il tentativo di riannodare passato e presente; di sanare la frattura tra il nostro ieri e il nostro oggi svuotato di valori e povero di memoria. Siamo infatti convinti che la memoria, se vissuta come fatto collettivo e corale, possa sprigionare una piccola scintilla, che ci prende per mano e ci aiuta a capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere per il futuro, se gli indifferenti che assistono alla tragedia del mondo o gli uomini di buona volontà, capaci di intelligenza e ragione, di pronunciare una laica parola di pace e di solidarietà civile.

La memoria collettiva può sprigionare una piccola scintilla che magari può aiutarci a capire perché in questo Paese, proprio in questo Paese, il fascismo si sia fatto tana, forte di un consenso di massa; fino a capire come mai oggi un nuovo fascismo, non quello sgangherato dei banchetti e dei saluti romani, ma quello affondato nel revisionismo, nella indifferenza, nella equidistanza della memoria tra caduti dall’una e dall’altra parte nei venti mesi di guerra civile, nel razzismo e nella xenofobia, continui a trovare consenso, più o meno espresso, anche tra i banchi del parlamento della Repubblica.

Abbiamo iniziato questo percorso di ritessitura dei fili strappati dell’antifascismo, interpretandolo prima di tutto come scelta etica, e riscossa morale dall’acquiescenza servile al più forte, già dal 2015: la sezione Onorina Pesce, che è qui con noi oggi, ha pubblicato grazie anche al sostegno del Comune di Pavia le cartine della libertà, una rilettura della nostra toponomastica, così da individuare, sotto la mappa di Pavia, il reticolo nascosto che ci racconta “cosa” è stata e “perché” è stata la Resistenza, e ci dice della scelta estrema di chi pronunciò il no inflessibile dell’uomo libero e giusto contro la dittatura.

Il nostro percorso si è sviluppato poi con la posa della prima pietra da inciampo pavese, che, secondo le linee del progetto europeo dello scultore che le ha inventate, restituisce il nome a chi ebbe il nome e, spesso, la vita strappata nel gorgo dello sterminio.
Riproporremo il progetto delle pietre da inciampo anche per il 2019, e per il 2019, proporremo la valorizzazione di altri luoghi della memoria da piazza Botta, dove aveva sede una tipografia clandestina resistente, alla Clinica Mondino, luogo di incontro delle prime cellule antifasciste.

In questo contesto, inauguriamo oggi questa piccola targa. Qui dove noi siamo oggi, su questo stesso selciato sul quale noi camminiamo, nei primissimi mesi della lotta di liberazione, gli uomini, giovani, quasi ragazzi, dell’antifascismo pavese si davano ritrovo clandestino per combattere il fascismo, sfidando la polizia fascista di Salò, e la fitta rete delatoria costruita attorno ad essa.

Alberti Lorenzo, esercente, Belli Ferruccio, impiegato, Magenes Enrico, studente, Luigi Brusaioli, impiegato, Balconi Angelo impiegato: i loro nomi figurano in questo ordine nel verbale di denuncia dell’Ufficio della Polizia Investigativa della Guardia Nazionale repubblicana di Salò che – cito sempre il verbale – “avuto sentore che presso il Bar Cerere si radunavano elementi anti nazionali” il 9 dicembre ’44 diede inizio alla retata. Gli arresti spezzano le ossa del CLN di Pavia, e luglio ‘44 allineano verso la deportazione i resistenti pavesi, non prima di aver torturato duramente uno di loro, Ferruccio Belli, che venne esposto nudo e bagnato al gelo del gennaio ’44, perché facesse i nomi dei suoi compagni di lotta.

Mentre rendiamo il nostro abbraccio ai resistenti pavesi, una sola cosa voglio aggiungere, un solo interrogativo: il Paese e il mondo che abitiamo è quello immaginato al di là dell’orizzonte del filo spinato da chi è stato carcerato e deportato?

Questa è la domanda che deve forzare il muro di indifferenza del presente e che, guardandoci dentro, dobbiamo porre a noi stessi, chiedendoci se il nostro silenzio o la nostra indifferenza non sia oggi complice di una nuova barbarie che vede riverso su una spiaggia un bambino di tre anni a nome Alain Kurdi, mentre i bombardamenti dell’Occidente, che hanno come unica posta un barile di petrolio, mandano a morte mille altri bambini come lui.


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