domenica 22 gennaio 2017

"Arbeit macht frei"

Quando non si sente più nell'aria l'odore della polvere da sparo e della decomposizione dei corpi, quando anche gli ultimi testimoni giacciono nei cimiteri, le amnesie in qualche misura prendono il sopravvento, rovesciando in torpore il pezzo di memoria del nostro Paese fattivamente complice dell'orrore nazista.

“È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo” scrive Primo Levi: noi non possiamo lasciare che la memoria sia pietrificata in commemorazioni, troppo spesso viziate dalla retorica celebrativa e perfino assolutoria; sollecitiamo quindi la riflessione sugli accadimenti, oggi più che mai necessaria, quando il fascismo e il nazismo trovano nuovi spazi; e non solo nel moltiplicarsi di marce e sfilate e nelle sedi, ma nella indifferenza della coscienza e in una sorta di contagioso addormentamento della ragione sovrastata dal predominio della legge del mercato e della finanza.
Il programma di annientamento della popolazione ebraica, affiancato all’eliminazione di tutti gli esclusi dal cerchio magico della “razza” ariana, non fu il frutto malsano di un manipolo di folli criminali. I processi economici e sociali che svilupparono la spietata ed estrema miscela nazista sono piuttosto rintracciabili nell'ascesa dell'industria e della finanza tedesca, che, organicamente intrecciate al sistema di potere nazista, lanciarono, anche attraverso l’olocausto, la sfida estrema intesa al controllo totale del mercato mondiale.

La teorizzazione della superiorità della razza ariana è leggibile anche come l’aberrante sovrastruttura ideologica del più sofisticato e complesso programma di unificazione del mercato europeo sotto il tallone dell'imperialismo teutonico. Questo obiettivo necessitava di uno sforzo bellico e produttivo raggiungibile solo attraverso lo sfruttamento totale della forza lavoro e l'annichilimento della coscienza di classe e di qualsiasi organizzazione dei lavoratori.

Se le conquiste militari garantirono al Reich le materie prime, il fondamento ideologico della pax sociale nazista fu la “costruzione” di un nemico comune alla borghesia e ai lavoratori, uniti dall’aberrante principio della purezza del sangue ariano; condizione, questa, decifrabile come strumento idoneo a garantire al capitalismo sfrenato il pieno controllo dell'economia del Reich.

Per auto alimentarsi, il Reich nazista aveva necessità di materie prime a basso costo, capitali a costo zero e sfruttamento totale della manodopera. La macchina produttiva attinse quindi la forza lavoro nei ghetti e nei lager, completando in essi il processo di bestializzazione dei sub-umani, in una estremizzazione del modello schiavista. Nei campi, il numero degli internati crebbe proporzionalmente all'aumento dello sforzo bellico e dell'industria militare, assumendo crescente carattere di supporto produttivo alla economia bellica. Forse, nei campi, si realizzò anche il perverso sogno di una mano d’opera a costo zero, permanentemente disponibile sul luogo del lavoro e della morte; e questo sogno perverso trovò il suo coronamento nella scritta posta all’ingresso di Auschwitz “il lavoro rende liberi”.


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