lunedì 2 gennaio 2017

Capodanno partigiano. I fratelli Vedaschi

Questa storia trova la sua conclusione dopo la mezzanotte, a trecento metri dall’abitato con gli spari che ammazzano due ragazzi.
Sono Alberto (nato nel maggio 1920 ) e Angelo ( nato nell’ottobre 1921), figli di Francesco e Maria Vedaschi, contadini.
Carissimi genitori”: le lettere di Alberto e di Angelo, militari di leva, arrivano da Dronero e Crissolo, rassicurando i genitori [“guardate di curarvi e di stare bene, non dubitate di noi che quello che vi facciamo sapere è tutto vero e nel mangiare ci arrangiamo”] e confidando loro che, se pure “quel pensiero fisso di ritornare” non da loro respiro, si son tuttavia rassegnati “persuasi che fino alle licenze agricole non si può far buco” .

Le lettere girano di mano in mano, come accade in tutta l’Italia che ha un figlio, un padre, un fidanzato alla guerra del duce e del re; dopo Francesco e Maria, le leggono i loro cinque figli, e specialmente la figlia Angioletta che annuncia l’arrivo di posta dai fratelli lontani nella piazza di Pietra de' Giorgi dove tutti conoscono la famiglia Vedaschi, che lavora sodo il proprio podere e lo fa fruttare senza dover chiedere nulla a nessuno.
Alberto e Angelo stanno marciando ed imbracciando un’arma al comando del proprio ufficiale. Nell’agosto ’43 non sanno che a precipizio si sta avvicinando il momento in cui il loro ufficiale si strapperà via le mostrine; ed essi saranno disorientati e soli a dover scegliere da che parte stare.
Eccoli. Tra migliaia di disertori in rotta, ci sono anche loro.
Scavalcano il muro della caserma trasmutata in trappola mortale, si scaraventano sul treno in partenza, per poi buttarsene giù in una campagna, poiché gira voce che i tedeschi vogliano tutti i soldati italiani deportati nel Reich; continuano a piedi, evitando i luoghi abitati, preferendo la notte al giorno, rintanandosi nelle stalle e nei fossi, uscendone al primo buio lungo un sentiero bagnato di pioggia e sudore; bussano a cento porte indifferenti e sprangate, trovano asilo in un chiostro di topi e di spettri, seguono una processione che a sua volta segue il prete con il rosario, e tra i mercati impoveriti, gli sterrati e gli incerti crocicchi cresce in loro desolazione e terrore.
Sotto copertura tedesca, le camice nere hanno rialzato i loro gagliardetti; con la stessa ferocia del ’20, vanno perlustrando case e cascine, strappandone, bastonati e ammanettati, antifascisti e genitori dei disertori; le spie moltiplicano i loro nidi di vipera e insospettabili delatori vendono la vita di un ribelle per un chilo di sale.
Al bivio tra la resistenza o la resa, Alberto e Angelo incontrano il cugino.
Luigi si è già dato alla macchia.
Adesso i fratelli drizzano la schiena rattrappita nella divisa, di cui finalmente si son liberati, accelerano l’andatura e hanno occhi più chiari; le loro tracce si perdono con quelle di altri passi in cammino verso un luogo nascosto.
Tra il cielo e il segreto orizzonte dei boschi, i fratelli Vedaschi incontreranno i primi nuclei di renitenti, ribelli e sbandati, friulani, piemontesi e lombardi; incontreranno alpini che, nella resa, si sono aggrappati al collo caldo del mulo del regio esercito, fanti del sud mille chilometri lontani da casa, studenti dagli occhi tristi e inflessibili, ex prigionieri greci ed inglesi, un anarchico deciso a fare giustizia della repubblica oltraggiata di Spagna e un comunista che reca in faccia i segni degli anni di confino.
Sarà lui a spiegare ad Alberto e Angelo le ragioni di questa nuova guerra da combattere tutti insieme. Sarà una guerra diversa da tutte le precedenti. Sarà una guerra di volontari, che da sé stessi sceglieranno il proprio comandante, sarà una guerra senza stellette e senza giuramento alla monarchia, sarà la guerra di tutto il popolo contro la dittatura, sarà la guerra per dare agli uomini e al mondo la dignità e l’uguaglianza, la libertà dal bisogno e la liberazione dell’oppressione.
La valle è una polveriera e un rifugio, un nascondiglio e un mobile fronte lungo cui passa la linea della nascente guerriglia.
Con il tempo e il sangue, la guerriglia si darà disciplina e parola, armi e munizioni, organizzazione e bandiera.
Nel luglio ’44, sarà la bandiera della 87° Brigata Garibaldina Carlo Alberto Crespi, quella sotto la quale Alberto ed Angelo saranno partigiani.
Eccoli. Adesso è inverno; il rastrellamento ruggisce da giorni e senza sosta vomita i suoi demoni, che da ogni parte massacrano la terra inginocchiata, gemente come una bambina rapata alla testa e squarciata al ventre.
Il rastrellamento è il Moloch risvegliato dagli inferi, e i suoi servi in divisa affondano tintinnanti stivali sul corpo nudo di partigiani e ribelli.
Alberto e Angelo, braccati, hanno perso il contatto con la brigata; nel poco sole di dicembre sono rimasti isolati, determinati a non morire, al limitare di una tana clandestina, infagottati e superstiti.
Alberto alza il bavero della giacchetta. Si ripara la faccia dal vento. Angelo cerca in tasca le castagne rimaste. Fumano l’ultimo tabacco. Hanno voglia di piangere.
“Però stanotte non sale nessuno”. Lo pensa Alberto e lo ha pensato Angelo? Stanno pensando ai loro compagni o ai loro aguzzini? Non lo sappiamo. Ora coprono la tana, cancellano le tracce, e inevitabilmente prendono lo sterrato, con lo zaino dondolante di dimenticata leggerezza e le braccia che ritmano il passo verso la loro casa di Pietra de' Giorgi.
E’ la vigilia di capodanno.
I neri poltriranno nella cuccia dell’albergo Savoia di Broni, come i cani selvatici sognando uno stesso livido sogno? Impuniti e spavaldi spareranno alla luna dal torrione di Cigognola, mentre nel pozzo presso il castello i combattenti ammazzati di botte giacciono uno sull’altro con le ossa spezzate? avranno il vino e il cognac degli alleati tedeschi, e selezioneranno le puttane con cui allestire una venefica pornografia in saluto dell’anno nuovo?
“Sarà la loro ultima festa” pensa Angelo, sollevando lo sguardo alle stelle azzurrate dal vento in una notte sgusciata dal calendario di questi mesi banditi, maledetti di luna sfolgorante alla giugulare spezzata dei compagni impiccati.
“Noi e i nostri compagni, noi vivremo”. Lo pensa Angelo o lo ha pensato Alberto? Non ha importanza perché già prendono la rincorsa, superano d’un balzo il campo, l’orto, l’aia, il gradino di ingresso, la soglia di casa, senza badare al ramo cui è appeso in segnale un brandello di stoffa e al cerchio di un corvo che, sempre più accosto, da tempo vola sopra le loro teste.
Eccoli, dopo due ore. Angelo, dopo gli abbracci, dorme sfinito al piano di sopra. Alberto, seduto alla tavola, fissa il vino sanguigno rappreso al fondo del bicchiere. Il padre Francesco passa le dita sulla tavola sparecchiata, immobilizzandosi in questa postura.
C’è stato un rumore, forse un ringhio di cane alla catena, forse una ala di pipistrello incagliata alla finestra, forse una mano raspante alla porta.
Con il sorriso del lupo, ecco farsi avanti un vicino, uno cui Francesco ha pagato da bere in un giorno di festa, un uomo tranquillo e perbene, in regola con la vita e la stagione repubblichina.
D’urgenza chiede di entrare.
Francesco Vedaschi sbatte come accecato tra le lame della trappola, da tempo affilate dal delatore che allarga i suoi palmi immacolati come neve, che mai si bagneranno di sangue.
Il lavoro sporco lo lascerà agli sgherri della Sicherheits, profilati alle sue spalle. Lui, la spia, si allontana – avendo pattuito il pagamento per dopo, ad operazione avvenuta – apprestandosi al sonno sereno di chi ha fatto il proprio dovere e reso onore alla patria.
La trappola scatta.
L’interruttore fa clic.
La lampadina brucia.
La luce è nera.
Fuori bastardi.
Angelo è scalzo. Alberto sanguina in faccia.
Son trascinati fuori.
A pugni e schiaffi separati.
Legati alle mani. Con la bocca tumefatta di botte.
Si chiamano uno con l’altro? No, c’è silenzio. Un silenzio di piombo.
Fucilati al muro fuori dall’abitato, Alberto e Angelo non sapranno che quella notte altri compagni sono stati catturati, e, sotto tiro fascista, stanno passando appresso i loro corpi caduti, e dovranno trascinarsi ancora, in lenta fila incatenata, fino al carcere di Cigognola, per attendervi la parola di familiare accento che li chiamerà all’interrogatorio e alla tortura.
Dopo la Liberazione, Francesco saprà che il 30 dicembre ‘44, mentre i tedeschi allargano il raggio del rastrellamento a Fortunago e a Borgoratto e le pattuglie della Sicherheit di Broni e la Brigata Nera di Casteggio dispiegano la loro traiettoria di morte, la pattuglia della Sicherheit di Cigognola, dopo la fucilazione dei suoi figli, continuerà la sua caccia a renitenti e partigiani, battendo le case tra Pietra de' Giorgi e Valorsa, catturando Luigi Vedaschi, Arturo Aromi e Giuseppe Musetti.
Francesco Vedaschi riconoscerà nel vicino di casa Della Bianca il delatore – restato impunito – che ha consegnato i suoi figli ai militi neri Di Napoli e Alessandrini.
La sorella Angioletta conserverà tra le proprie cose più care un opuscolo nel quale sono ritratti Alberto e Angelo, scrivendo sul frontespizio “da restituire ad Angioletta Vedaschi in ricordo dei suoi cari fratelli”.
Noi vi restituiamo la loro storia, frutto del racconto del nipote Antonio Nazza e della fantasia che ci ha ricondotto agli ultimi mesi della loro vita.

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