domenica 26 marzo 2017

Un giovane partigiano

Storia, ribellione e commozione. Questo e molto altro, nelle emozionanti parole del testo elaborato da Annalisa Alessio, vice presidente del Comitato Direttivo ANPI della provincia di Pavia, che pubblichiamo con piacere.

Ha gli occhi lucidi e attenti, sopravvissuti al nostro tempo sbandato, di povera cultura e di dilagante egoismo sociale. Si chiama Clemente Ferrario.
Da sempre molti lo conoscono nella nostra città. Io l’ho conosciuto solo un paio di anni fa, quando, come militante dell’Associazione Nazionale Partigiani, andai a trovarlo. Dovevo informarlo che sarebbe stato insignito della “medaglia della liberazione”, il riconoscimento della Repubblica, forse tardivamente assegnato a lui e ad altri resistenti nel settantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dalla occupazione dell’ex alleato tedesco.
Da allora, ogni tanto ritorno; ogni volta Ferrario racconta della sua vita, consegnandomene la memoria, quasi affidandomi il compito – e il dovere – di non rinnegarla, ma di testimoniarla e testimoniarla ancora perché non tutto vada sprecato di quel tempo impetuoso in cui il ragazzo che era, studente della seconda liceo al Foscolo, grazie alla complicità di un bidello, diffuse tra i banchi il volantino del Comitato Liberazione Nazionale che chiamava i giovani a farsi ribelli. Un gesto che – anno 1943 – impegnava la vita e a volte ne richiedeva il sacrificio.

Eccola, Pavia resistente: oltre al più noto Bar Cerere, gli antifascisti e i comunisti hanno tre punti di ritrovo: un bar di corso Cairoli, un’osteria vicino al gasometro di porta Garibaldi, e il caffè San Carlo in piazza Grande.
E’ stato qui che il 9 novembre 1943 mi fu comunicato che potevo considerarmi membro del Partito Comunista” – racconta Ferrario, riprendendo le parole della sua autobiografia di scelta partigiana e militanza comunista, titolata “Il buon partito”.
Nell’estate ’44, sarei salito in Alta Valle Staffora, fino a Varzi centro della zona libera partigiana, nel cuore della “repubblica garibaldina” che opera sotto la guida della vecchia guardia antifascista con Beniamino Zucchella “Carlo”, già combattente della guerra di Spagna, “Remo”, Carlo Lombardi, reduce dalle galere del regime, tornato alla lotta con l’incarico di Commissario Politico e un giovane studente in filosofia dagli occhi tristi, Domenico Mezzadra, detto l’Americano, figlio di migranti che negli Stati Uniti vanamente avevano cercato una miglior fortuna”.
Questi nomi, per me appresi dai libri, ora si inscrivono nella materia corporea del reale, perché lo sguardo del vecchio partigiano brilla più forte nel pronunciarli; e tanto più forte quando pronuncia il nome di Carlo Barbieri detto Ciro.
Perché Ciro era più di un amico, era mio fratello”.
La parola “fratello”, ammazzata dalla trascuratezza del nostro tempo, è ancora sospesa nell’aria quando io capisco che, nel suo profondo, essa significa la capacità di morire l’uno per l’altro; lasciandomi nel cuore un senso profondo di inadeguatezza rispetto all’eredità che questi uomini ci hanno lasciato.
La storia continua, da un mese e l’altro, da una mia visita all’altra alla casa dove vive Ferrario circondato dalle sue librerie come barricata contro chi ha dimenticato e chi ha rinnegato.
E la storia percorre la faticosa stagione in cui il ragazzo partigiano diventa funzionario del PCI, quando una sola macchina della federazione comunista pavese, guidata dall’operaio della Necchi, Angelo Marinoni, andava portando gli oratori dei comizi di paese in paese fino alle case più sperdute della Bassa Lomellina.
Mi sono laureato un giorno dell’autunno 1949”: il tempo della guerra fredda e delle grandi scissioni iniziava; per me è ora di andare.
E’ tardi e devo prendere l’autobus.
Ho in borsa alcuni suoi libri, “Un comunista degli anni ’50” e “Operai e contadini" – storia del movimento operaio e sindacale. Ho già messo nel portafoglio la fotografia che Ferrario mi ha regalato: quella di Ciro Barbieri.
Mentre aspetto l’ascensore, capisco che c’è un solo modo per salutarlo degnamente: levare il pugno chiuso, in un gesto di fratellanza tra le generazioni.
Ferrario ha ricambiato il mio saluto, sollevando il braccio e stringendo il pugno.


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