mercoledì 26 aprile 2017

La memoria consegnata

Pubblichiamo il testo degli interventi dei nostri oratori in occasione del 25 aprile nelle piazze della provincia.

Casteggio - Annalisa Alessio

Grazie al Sindaco. Grazie ad Anpi Casteggio. Vi porto il saluto e l’abbraccio di Anpi Provinciale.
Le poche parole davvero degne, all’altezza del giorno della Liberazione, non possono che essere le parole di chi, nella lotta partigiana, c’è morto.
Sono parole consegnate al nostro tempo sbandato come un mandato non assolto e un messaggio ancora non pacificato.
Le tengo nel cuore, quelle che più ho amato, anche se ho posato gli occhi su di esse molti anni fa. Inverno 1969. Anno della strage fascista di piazza Fontana. La mia generazione usciva dalla infanzia e scopriva che il fascismo non era finito, che ancora uccideva e che da vicino minacciava la democrazia, con la copertura di interi pezzi deviati annidiati nello “stato profondo”.

Le parole che vorrei leggervi sono quelle di Pietro Benedetti. Classe 1902. Di Chieti. Artigiano. Comunista.
Di quella generazione di antifascisti che piange di rabbia e dolore per l’assassinio del socialista Giacomo Matteotti – anno 1924- a Roma, di Ferruccio Ghinaglia a Pavia – anno 1921; di Spartaco Lavagnini, ferroviere e sindacalista, ammazzato con quattro revolverate a Firenze, il nostro Lenin, come lo chiamavano i proletari della sua città, e di Eliseo Davagnini, bracciante e capo lega, ammazzato a mazzate davanti a casa, Tromello – anno di piombo dello squadrismo 1921.
Pietro Benedetti è figlio di quella generazione che disperata vede gli incendi devastare le sedi dei propri giornali – L’Avanti a Milano anno 1919, la casa del popolo a Montebello della Battaglia e la casa del popolo qui a Casteggio, nella domenica di sangue. 12 maggio 1922.
Oggi, il sostenere, o anche il solo pensare, che il fascismo fosse una blanda dittatura, o, peggio, un morbido ritorno alla quieta normalità, dopo le grandi mobilitazioni degli sfruttati, la conquista delle otto ore nelle campagne, protagonista il mortarese Carlo Lombardi, il futuro comandante Remo, e l’occupazione delle fabbriche del ‘19 e del ‘20 è un sfregio insostenibile alla memoria inquieta della guerra civile degli anni ’20, biennio rosso di sangue versato dalle avanguardie del movimento dei lavoratori.
Ma la generazione di Pietro Benedetti non sarà solo quella del lutto e del dolore.
Quella generazione sarà l’anima e il fucile imbracciato in difesa della giovane repubblica di Spagna sotto attacco golpista, come Beniamino Zucchella nato a Cervesina e volontario nelle Brigate Internazionali. Sarà la generazione che nelle galere o al confino studiando testi come il Tallone di ferro, le opere di Labriola o di Lenin rivelerà il proprio antifascismo non domato nei grandi scioperi insurrezionali del ’43 e del ’44 e preparerà la lotta gappista e la lotta partigiana.
A prezzo della vita.
Eccolo. Pietro Benedetti. Commissario politico Prima Zona di Roma. Prigioniero a Regina Cieli. Scrive ai figli:
“Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria ma ricordate che la patria vera è il mondo e ovunque vi siano vostri simili quelli sono i vostri fratelli.”
Oggi i nostri fratelli conoscono la disperazione alle frontiere blindate dell’Ungheria di Orban. Oggi i nostri fratelli muoiono in mare. Oggi i nostri fratelli chiedono asilo. Noi figli e nipoti di migranti, così come era figlio di migranti l’Americano, l’indimenticato comandante partigiano Domenico Mezzadra, li osserviamo con qualche inquietudine, qualche volta dimenticando che essi sono i figli dei figli del Corno d’Africa invaso da italianissime truppe nel ’35 e bombardato con i gas tossici dall’italianissima aviazione del fascio littorio; o i figli dei figli della popolazione dei Balcani oggetto di feroce pulizia etnica durante la occupazione italiana, efficacemente descritta dagli stati maggiori, dal generale Roatta e dal generale Robotti che incitavano ad uccidere, sostenendo che nei Balcani “non si ammazza abbastanza” ( circolare 3 C marzo ’42)
Oggi, la destra europea rispolvera il proprio arsenale di lugubre odio razziale e ci addita nel migrante il nuovo nemico. Oggi, i fascisti, qualunque sia la loro sigla, che, in un colpevole laissez faire di troppi corpi dello Stato, impunemente sfilano a Milano e a Genova città medaglia d’oro della Resistenza, bramano il giorno in cui con tutti i crismi della legalità potranno marchiarne la carne con la parola straniero, nemico razziale, non diversamente da come fecero comuni cittadini tedeschi e italiani con chiunque fosse definito come estraneo al magico cerchio della razza perfetta.
Come all’otto settembre, oggi ognuno di noi a partire dalla propria coscienza deve decidere da che parte stare. Che uomo e che cittadino vuole essere. Se far parte di quella indegna schiera che quest’autunno in un paese del centro italia ha fatto barricata, al canto di non passa lo straniero contro il camion di 18 richiedenti asilo, quasi tutti donne con i propri bambini. O se, invece, aderire almeno con il cuore al civile sentire di quella popolazione che a Tarsia nel cosentino ha dedicato uno spazio per il riposo eterno ai morti in mare, quasi a ripagare la vergogna italiana del lager italiano di Ferramonti operativo nelle vicinanze.
Ancora. Pietro Benedetti. Ad un passo dalla morte:
“se con me avrete perso il mio amore e il mio sostegno, vi resterà un amore e un sostegno più grandi, quello dell’umanità finalmente libera…”
Così Pietro Benedetti disegna il paradigma dell’uomo nuovo e mondo nuovo per cui versa il suo sangue, fucilato da altri italiani, i militi della Polizia Africa Italiana. 29 aprile 1944. Forte Bravetta. Roma.
Quello che noi oggi abitiamo non è il Paese per cui Pietro Benedetti muore. Il Paese che noi oggi abitiamo è quello che non ebbe Norimberga; è il paese dell’indulgente memoria che libera dalle galere anno 1950 i carnefici della Banda Carità e il fascistissimo Rodolfo Graziani, che impunito muore nel suo letto anno 1957; è il paese dell’indifferenza che tradisce il mandato resistenziale a pochi mesi dal giorno della Liberazione, destituendo il governo partigiano di Ferruccio Parri nel dicembre ’45, ammettendo, dicembre 1946, nei banchi del Parlamento uomini del regime sconfitto come Giorgio Almirante, uomo di punta della repubblica sociale italiana, sostituendo il prefetto partigiano Troilo comandante della Brigata Maiella dicembre 1947.
Se vogliamo “fare memoria attiva” davvero, come è nei compiti statutari della nostra associazione e sottrarre la data di oggi alla patina che la plastifica in generico osanna alla libertà, anche questo, di questo nostro dopoguerra, dobbiamo dire e sapere.
Non sarà Pietro Benedetti a consegnarci la memoria di un disilluso dopoguerra.
I partigiani reagiranno alla disillusione e alla rabbia di vedersi messi in disparte o di vedere i propri compagni processati, il fenomeno dei processi a carico di partigiani non si riscontra in nessuna altra parte d’Europa ( cit. Philip Cooke l’eredità della Resistenza)- ognuno come è nella propria natura.
Con la narrazione come Leo Valiani, partito d’azione, che, per primo, nel suo “tutte le strade portano a Roma”, definisce la tesi della Resistenza tradita; con le armi come Angelo Cassinera che torna in montagna, anno 1946, non diversamente da molti esponenti del partigianato piemontese a Santa Libera sopra Asti; con gli strumenti legali come Ferruccio Parri l’amatissimo comandante Maurizio che nel 1953 si vede costretto a denunciare per diffamazione i fascisti Ugo Franzolin e Franco Maria Servello autori di un vergognoso pezzo sul meridiano d’italia che ne infangava il nome e la storia, e con il suo nome, la storia e la memoria dell’intera Resistenza.
Se il vento del nord è da subito sotto attacco nell’Italia del dopoguerra e negli anni delle grandi scissioni filo atlantiche, se il fascismo, e i suoi uomini, rimane acquattato come venefica pianta nello Stato profondo, pronto ad uscire dall’ombra e a farsi casa sotto insospettabili sigle, tanto più acquista valore la Carta Costituzionale, prima legge della Repubblica, dettato intrinsecamente antifascista, lascito alto della Resistenza che, fosse solo per questo, va difesa da ogni torsione autoritaria intesa a stravolgere il potenziale civile e rivoluzionario.
La nostra Costituzione ci è preziosa : essa, nella sua parte valoriale, disegna infatti il mondo che -anno 2017- sta ancora oltre l’orizzonte sognato dal partigianato italiano ed europeo, che, forse, per gli uomini di questo Continente avrebbero voluto libertà dal bisogno e dalla diseguaglianza, piuttosto della sfrenata libertà del capitale di ingrassare sé stesso, mosso da una oscena voluttà di profitto, sotto cui soccombe la politica stessa, e le sue istituzioni nate dalla Liberazione europea; una oscena voluttà di profitto che divora donne e uomini, popoli e paesi mercificati e triturati nel mercato che globalizza la crescente miseria e moltiplica abissali diseguaglianze.
La memoria non è l’armamentario della nostalgia. E’ lo strumento, come scrive Marek Endelman, combattente del ghetto di Varsavia, per scegliere da che parte stare. Per questo noi chiamiamo ogni cittadino antifascista ad un impegno per la piena applicazione della Costituzione.
Articolo 1 e articolo 35 la repubblica è fondata sul lavoro, e lo tutela, eppure di lavoro si muore, come è morta Paola Clemente bracciante nel tarantino, schiava del caporalato, nella indifferenza omertosa di troppi.
Art. 41 l’imprenditoria privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà alla dignità umana. Eppure, mentre anche nei giorni di pasqua lavoratori di diverse nazionalità e di diverse fedi religiose si riconoscono sotto l’unica bandiera, quella del lavoro e della sua dignità, presidiano la k flex di Roncello a rischio delocalizzazione in Polonia, febbraio 2017 un operaio della Seven è stato umiliato nella materia fragile della propria carne, costretto a svolgere le proprie funzioni corporali sulla linea di produzione perché negato a far pausa.
Art. 54 i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore. Eppure ogni giorno la politica rimanda una immagine di sé appannata e compromessa, anni luce distante da quell’impegno civile alto disinteressato nobile così come l’aveva praticata Leone Ginzburg, l’antifascista morto in carcere nel febbraio del ’44. Di lui Carlo Levi, esiliato in Francia perché antifascista, avrebbe scritto : “ la politica era per lui vita morale non opportunismo né moralismo. Concretamente vissuta come esperienza morale di attività e luogo dove preparare nel pensiero e nella azione la civiltà di domani”. Ecco questo chiediamo alla politica.
Il 25 aprile non è una ricorrenza. E’ il giorno alto di un cammino che noi vogliamo continuare; il giorno in cui ad alta voce diciamo che la lotta continua; la nostra lotta mai uguale a sé stessa per il riscatto dell’uomo ancora continua, come scriveva Calvino.
E’ il giorno in cui il verso di Bella ciao “una mattina mi son svegliato” ci sollecita ancora ad un risveglio interiore dall’indifferenza e dalla acquiescienza nel nome di quanti hanno combattuto su queste colline che hanno visto il sangue. Nel nome di chi come Luchino Dal Verme per conservare la dignità del proprio nobile nome si fece partigiano.
Viva Luchino Dal Verme. Viva la Resistenza.

Dorno - Livio Tarchi

Gentilissimi,
Oggi come sempre è importante essere qui per ricordare.

Trovarci insieme, in un momento storico dove prevale paura ed egoismo, a riscoprire le nostre radici.
Sul palco oggi a parlare c’è un ragazzo poco più che ventenne, un ragazzo che ha vissuto la Storia in modo solo indiretto e parziale.
Nonostante questo, sono qui oggi con la voce di mille altri ragazzi che come me riconoscono il valore della memoria e della Resistenza.
Da anni sento le domande della mia Generazione, una generazione che come ho detto ha vissuto la Storia in modo solo parziale. Si chiedono quale sia il significato della festa della Liberazione, il senso di riunirci qui oggi a ricordare insieme.
Cosa significa Liberazione allora?
In questi giorni mi sono fermato molto a riflettere, a cercare una risposta che non fosse scontata e ho ripercorso insieme all’ANPI alcune storie di partigiani e persone comuni che hanno lottato, sofferto, per darci l’opportunità oggi di essere qui e parlare.
Liberazione, da cosa? 
La risposta che mi sono dato è che questa cerimonia riguarda una Liberazione molto più grande di quella che si pensa normalmente.
Liberazione dall’oppressione del pensiero unico, di un unico modo di pensare che ci plasma tutti e che non fa sconti a nessuno, Liberazione dal non dover combattere per la nostra libertà.
Liberazione dal dolore della guerra, da quella sofferenza che non ha risparmiato nessuno, perché quando due fratelli imbracciano un fucile e si sparano a vicenda non vince nessuno.
Allora celebriamo oggi, ricordiamo, lo dico soprattutto a coloro che hanno la mia età, ricordate e godete di questa libertà conquistata a carissimo prezzo. Non diamo la nostra fortuna per scontata, il mondo che viviamo oggi è stato costruito col sangue e col dolore, prendiamo atto del sacrificio fatto da chi è venuto prima di noi e facciamoci portatori di quel messaggio di pace che è stato guadagnato con valore.
Cosa ne stiamo facendo della Libertà che ci è stata donata?
Cosa ne faremo?
Toccherà a noi ora essere in grado di sostenere il peso del costruire, nella direzione che riterremo più opportuna certamente, ma sempre memori di ciò che ci ha preceduto.
Vedo sempre più ragazzi rassegnati, stanchi, sopraffatti dalla palude dell’accidia e dell’indolenza. Si aspettano forse qualcuno che li venga a salvare, sono subito pronti a delegare perché qualcun altro risolva i problemi con qualche strana formula magica.
Allora, qui oggi, impariamo dagli errori della Storia. Impariamo che delegare e aspettare non hanno mai risolto alcun problema, ma sono stati i presupposti stessi di quel periodo buio che adesso ricordiamo a fatica. Impariamo l’importanza di alzare la testa, metterci in cammino, lottare per fare una differenza.
Non più con un fucile, ma con le parole. Sembrerà che non sia mai abbastanza, che i nostri sforzi siano vani, ma da quella forza della Resistenza – una Resistenza che nasce dentro di noi e si oppone ad accettare tutto e comunque- nasce il seme del Domani.
Ce lo hanno insegnato i nostri Padri, ce lo hanno insegnato i nostri Nonni, ora è nostro compito metterli a frutto.
Torniamo a casa oggi ricordando che è compito di ognuno di noi portare avanti questa Società, che non esistono scuse per chi non partecipa. Abbiamo il dono del poter fare, un dono spesso sottovalutato, non sprechiamolo. La vera Resistenza, la Libertà, nasce dalla partecipazione. 
È forse più facile restare chiusi nei propri pensieri, è forse più facile criticare, ma dobbiamo riscoprire il piacere di creare.
Il più grande ostacolo della nostra Generazione è dentro di noi, abbiamo così tanta paura di fallire che abbiamo smesso di provare. Abbiamo rifiutato così velocemente quel valore che ci è stato regalato, che non abbiamo neanche avuto il piacere di assaporarlo.
Allora, lo ripeto, torniamo a casa felici di esserci trovati qui oggi, ma consci del fatto che non basta rimanere passivi nelle celebrazioni per salvaguardare questo nostro fragile presente. Riprendiamo il pensiero in mano e costruiamo. Partecipiamo.
Ringraziamo chi ci ha permesso di farlo, e ringraziamolo non solo con le parole, ma soprattutto con i fatti.
Torniamo ad abitare quelle istituzioni che oggi come mai ci sembrano soltanto un peso. Sono lì per noi. Collaboriamo, scambiamo idee, proponiamo, non perdiamoci nel silenzio.
Grazie.
Viva la pace, viva la libertà, viva l’Italia. Buon 25 Aprile a tutti.


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