lunedì 1 maggio 2017

La memoria consegnata 3

Montebello - Stefano Quaquarini
Aldo dice 26x1” con queste parole il Comitato di Liberazione Nazionale si rivolge a tutti i comandi partigiani di zona…è l’inizio della insurrezione, che, culminando nel giorno del 25 aprile, dopo venti mesi di lotta, vede la liberazione da parte dei partigiani dei paesi e delle città del nord Italia.
Nel nostro Oltrepò i reparti partigiani sotto la guida di Maino, dell’Americano, di Fusco e del nostro Ciro, liberavano Casteggio, Voghera, Stradella e poi Pavia.
Nessuno di noi può dimenticare lo scatto fotografico che consegna alla nostra memoria l’immagine di Ciro Barbieri che entra in Pavia alla guida della Divisione Crespi.
Sarà ancora Ciro con alcuni reparti di partigiani dell’Oltrepò ad entrare tra i primi a Milano e sarà Ciro, all’indomani della Liberazione di Milano, ad essere chiamato ad assolvere un altro compito, assai delicato.
Nell’immaginario collettivo la Resistenza è rappresentata dai partigiani vittoriosi che sfilano tra ali di folla.
Ma questa immagine felice è il frutto di una lotta durissima e sanguinosa, che ha visto il sacrificio di mille antifascisti, partigiani e civili, donne, bambini e anziani rastrellati e massacrati nel corso di tante stragi perpetrate nel nostro Paese, che all’otto settembre comincia il cammino per la riconquista della libertà e della dignità, contro la vergogna e l’orrore di un ventennio di dittatura che aveva portato l’Italia in guerra, quale alleato subalterno alla potenza del grande Reich di Hitler.
Da molte parti, il revisionismo storico va disegnando il fascismo come “dittatura buona”: oltre a far arrivare i treni in orario, il fascismo avrebbe avuto il merito di mandare in villeggiatura gli oppositori.
Sta a noi invece ricordare, ad esempio, nell’ottantesimo anniversario la morte, dopo anni di galera, dell’antifascista Antonio Gramsci o di Piero Gobetti che muore esiliato in Francia, nel 1926, senza aver mai potuto vedere suo figlio Paolo, che, giovanissimo, all’otto settembre, riprendendo il messaggio di libertà del padre, si farà partigiano nelle valli piemontesi, come ben racconta la madre, Ada Gobetti, figura indimenticata delle donne nella Resistenza.
Sta a noi ricordare il vero volto del fascismo, e ricordare anche come esso sia dilagato, occupando lo Stato e le istituzioni, negli anni di sangue 1919/1922 segnati dagli assalti delle squadracce fasciste, finanziate da agrari e padroni, ai liberi municipi, alle sedi di partiti, giornali, sindacati, cooperative, – come è avvenuto in tutta la Lomellina e anche qui a Montebello dove, nel maggio del 1922, venne data alle fiamme la casa del popolo (cit. Franzinelli “squadristi”), mentre a Pavia veniva assassinato il giovane dirigente comunista Ferruccio Ghinaglia e a Tromello gli squadristi ammazzavano a mazzate sulla porta di casa il capo lega socialista Eliseo Davagnini.
Nel giorno della Liberazione, sta a noi ricordare la vergogna delle leggi razziali, e la barbarie del contributo dei fascisti italiani alle operazioni di rastrellamento e deportazione, come avvenne a Roma nell’ottobre del ’44, la ferocia della GNR e dei militi di Salò che a fianco dei tedeschi continuavano una guerra che già dal 1940 vedeva l’inutile sacrificio di migliaia di soldati di leva, come quelli che muoiono mille chilometri lontano da casa sul fronte orientale, nella neve della ritirata di Russia, testimoniata da Nuto Revelli, indimenticabile figura di partigiano che divenne ribelle proprio a seguito di quella esperienza, costituendo sulle Alpi piemontesi la brigata partigiana dedicata ai caduti di Russia.
Mentre lo Stato si liquefa e Casa Savoia vigliaccamente abbandona il Paese, ognuno si trova solo di fronte ad una scelta radicale: inizia qui la Guerra di Liberazione, iniziano qui a costituirsi i primi nuclei di gappisti nelle città e di partigiani sulle montagne; a comporre le fila della Resistenza ci sono militari sbandati, giovani, studenti, operai e antifascisti della prima ora, soprattutto comunisti, figli e militanti dell’unico partito che anche in clandestinità aveva mantenuto la propria struttura.
Non era che un piccolo esercito, che però andava aumentando numericamente e qualitativamente; che riuscì a resistere ai rastrellamenti e al terribile inverno del 1944/1945, che non si è spezzato e che con la primavera del 1945 ha ripreso vigore fino alla vittoria finale.
I partigiani hanno potuto resistere e vincere perché accanto a loro c’era il sostegno e l’aiuto della popolazione, dei contadini e in particolare delle donne, che hanno svolto ruoli fondamentali durante la Resistenza.
Del resto, mentre i partigiani cantavano “ogni contrada è patria del ribelle ogni donna a lui dona un sospir” i fascisti cantavano “le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera”: qui sta tutta la differenza, e tutta la forza della Resistenza italiana che fu un grande unitario movimento di popolo.
Già nel governo delle zone libere si intravvedeva come i partigiani si riconoscessero nei valori della libertà, della uguaglianza, della partecipazione e della democrazia.
Questi valori trovano cittadinanza nella nostra Carta Costituzionale, della quale quest’anno ne ricorre il 70° della promulgazione.
Per questo motivo l’ANPI ha difeso e continua a difendere la Costituzione, a prescindere da chi di volta in volta la voglia stravolgere e ne voglia appannare il valore civile e il profilo altamente innovativo che ancora chiede di essere pienamente applicato.
La libertà non è un regalo dato per sempre; va difesa giorno per giorno, e ci è necessaria come l’aria che respiriamo, così come scriveva Piero Calamandrei.
Oggi, torniamo a vedere in Europa muri che dividono, utilizzati per difendere i confini da chi fugge dalla fame, dalle guerre e dalle persecuzioni, e questi muri del razzismo e della xenofobia vengono ricostruiti anche nelle coscienze appannate e deluse, dalla destra, in spregio alla memoria dei nostri emigranti o degli antifascisti costretti alla fuga per sottrarsi alle persecuzioni della polizia politica fascista.
Il germe velenoso del nuovo fascismo si chiama razzismo e xenofobia. La destra estrema, sotto qualunque sigla si nasconda, cavalca il disagio e la paura verso il diverso, scatena la caccia verso i migranti e i richiedenti asilo, si fa vanto di parole d’ordine quale italianità e cristianesimo, ma sotto prepara i propri lugubri arsenali di odio, scatenando guerre tra poveri, quasi a porre un velo di oblio sui nemici autentici della democrazia, che risiedono nelle diseguaglianze, nelle povertà, nell’ignoranza e nella trascuratezza della memoria che noi dobbiamo invece mantenere e rafforzare, richiamandoci ai valori della Resistenza che stanno nei principi di uguaglianza e di solidarietà.
In questo giorno, il mio pensiero va a Luchino dal Verme, il conte rosso, l’aristocratico che si fece ribelle per dignità, non per odio.
Che uomini come il Comandante Maino ci sia d’esempio per essere uomini degni della storia e dell’eredità partigiana.
Viva la Resistenza. Viva la Liberazione.

Voghera - Primarosa Pia
Figlia del superstite Natale Pia kz 115658 Mauthausen-Gusen e nipote di Vittorio Benzi kz 115373 morto di fame e fatica a Mauthausen-Gusen a 17 anni, Biagio Benzi kz 43493 superstite di Flossenbürg e Giovanni Benzi, kz 7332 superstite di Bolzano, tutti partigiani vittime del rastrellamento avvenuto nella zona di Nizza Monferrato il 3 dicembre 1944. Ha curato il libro di memorie scritto dal padre: LA STORIA DI NATALE, Sopravvissuto alla ritirata di Russia, alla Resistenza partigiana, alla deportazione a Mauthausen-Gusen - Ed: Fadia

Anzitutto ringrazio per l'invito, ringrazio chi non mi conosce per la fiducia che mi ha accordato, ma soprattutto chi mi conosce, e conosce il mio parlare, ma soprattutto il mio pensare, del tutto libero da stereotipi, ideologie, o facili suggestioni. Molte volte, in questo ultimo mese, ho provato a immaginare cosa avrei potuto dire, oggi, evitando la retorica che non fa parte del mio essere, in questa giornata rituale ma che vorrei non “scontata”, per renderla, contemporaneamente, festosa, meditativa, e soprattutto costruttiva.
Festeggiamo, festeggiamo la nostra pasqua laica, la resurrezione del nostro popolo dal fascismo, dalle sue violenze, dalle sue aggressioni, dalle sue menzogne, poi, aggravato dal nazismo, dalla guerra, dall'occupazione, dalle stragi, dai rastrellamenti, dalle deportazioni, dalle torture e dalle fucilazioni, e anche dai bombardamenti. Difficile festeggiare su un terreno intriso di sangue, ma in questo giorno, settantadue anni fa, la pasqua del nostro popolo è arrivata, per tutti, per quasi tutti, almeno con la fine della paura. I vivi potevano tornare a osservare il cielo senza scrutarlo, a viaggiare senza guardarsi alle spalle, a parlare senza abbassare lo sguardo, a stringere la mano a un amico senza temere un tradimento, a progettare un futuro, una famiglia, una rinascita culturale e soprattutto morale in un Paese libero.
Succede anche nelle feste familiari.. un posto vuoto a tavola.. e scatta il ricordo, la malinconia, lo sguardo corre a una fotografia, il cuore si aggrappa a un ricordo…
E’ così anche oggi, facciamo festa, ma sappiamo bene il prezzo che è costata questa festa, a quante fotografie deve correre il nostro sguardo, quanta riconoscenza deve esserci nel nostro agire, e l' abbiamo manifestata, oggi, con tutto il nostro cuore.
Le donne e gli uomini che hanno scelto di opporsi al nazifascismo, alle sopraffazioni e alle violenze diventate intollerabili, lo hanno fatto certamente pensando alle loro famiglie, al futuro di quei figli che erano già nati o che dovevano ancora nascere, e che essi volevano crescessero in una nazione sovrana, libera e democratica, ...questi figli siamo noi.
Il pensiero dei familiari in ansia, del pericolo di ritorsioni nei loro confronti, l’impossibilità di fornire il proprio contributo al loro sostentamento ma anzi il dover richiedere sacrifici per procurare viveri e vestiario, è un motivo ricorrente nei diari e nelle memorie dei Partigiani.
Poi tutto, o quasi tutto, finalmente, è finito, il 25 aprile del 1945, giorno della Liberazione, giorno di grande festa.
Cosa ci resta oggi di quel giorno? Di quella gioia, di quei progetti, di quei sogni che noi, nati dopo, abbiamo ereditato senza pagarne il conto?
Ci resta molto, moltissimo, quella libertà di decidere delle nostre azioni, del dove vivere, del come vivere, di quali compagni di strada scegliere, ma anche di dormire tranquilli nei nostri letti, senza paura che qualcuno sfondi la porta per prenderci e portarci via per aver espresso un'opinione.
Libertà che ci sembrano normali, scontate, apprezzate e valorizzate da tutti, e invece no, dobbiamo stupirci e indignarci perché non tutti ne hanno colto il senso, e ancora oggi, e possono farlo proprio grazie alla Liberazione di allora, subiamo l'umiliazione della vista di certi nostalgici, la loro ignoranza, la loro protervia, la sguaiata e volgare ostentazione di simboli e atteggiamenti che evocano solo dolore e morte che ci hanno toccati da vicino.
Si sentono vincitori, i vinti della storia, ci mostrano i loro ridicoli orpelli, o vigliaccamente agiscono nell'ombra, se la prendono con le pietre che testimoniano l'infamia del loro modello di riferimento, credono così di cancellarla, ma noi siamo qui, sereni e forti come roccia di vulcano, i loro crimini scolpiti nel nostro DNA ma anche in quello del popolo tutto, nato dalle lotte estreme dei Partigiani con al fianco la gente, dai dannati delle Deportazioni, dagli internati militari e dai loro settecentomila NO!
La guerra cosa da uomini? In gran parte sì, da sempre è cosa da uomini, ma ho parlato di popolo, e popolo sono uomini e donne, e uomini e donne Partigiani i quali, combattendo sul territorio dittatura e occupazione, hanno posto loro fine, allora feriti e laceri ma vittoriosi.
Le donne, che il fascismo voleva sottomesse fattrici e inconsapevoli ancelle del maschio dal mascellone proteso e dagli stivaloni lucidati da esse, si sono liberate del giogo, e hanno detto BASTA, orgogliosamente presenti e protagoniste, sui monti, nelle fabbriche, nelle città, nei comitati clandestini, ma anche nelle case, a sostenere, incoraggiare, nutrire, curare, combattere quella meravigliosa rivolta di popolo che è stata la Resistenza.
Ogni territorio, come il vostro il mio, l'astigiano, onora i suoi Partigiani e le sue Partigiane, io vi leggo una breve testimonianza fino a qualche mese fa celata in un cassetto, ora pubblicata sulla nuova edizione del memoriale di mio padre, che riguarda mia mamma, Margherita Benzi, che nel 1943 aveva 18 anni, … mio padre 21 ed era tornato da poco dalla Russia:
Arriviamo al periodo dei partigiani e certamente il mio fidanzato con i miei fratelli facevano parte dei partigiani della stella Rossa.
La mia prima esperienza fu quando il mio ragazzo con incoscienza mi mandò ad Asti a ritirare una pistola, ed io ci andai nonostante ad Asti ci fossero allora i posti di blocco dei repubblichini e più avanti quello dei partigiani. Allora mi venne la fortuna a portata di mano: incontrai ad Asti uno dei ragazzi conosciuti a Torino lo salutai con euforia. Lui era vestito in divisa da repubblichino. Lo pregai di accompagnarmi per un tratto fino fuori al blocco.
Io avevo la pistola in seno e spingevo la bicicletta per quel tratto che feci con lui a piedi.
Salutandolo salii tranquillamente in sella, era andata bene.
Ecco, allora, che il diritto di partecipare alla stesura della mamma di tutte le leggi, e mamma anche nostra, la Costituzione, le donne se lo sono guadagnato sul campo, con i loro ideali, l'azione, il sangue e la lotta, esattamente come i maschi.
Ho detto costituzione, lo ripeto, sempre sottovoce, con rispetto, sana e robusta costituzione, quella che ci ha guidati il 4 dicembre scorso, quella di cui vorrei tutti ci impegnassimo, qui, oggi, a favorire la piena applicazione che non è mai avvenuta e che è quantomai necessaria.
Ogni persona che ha contribuito alla sua stesura è riuscita a mettere da parte ferite e rivendicazioni personali, per pensare al bene comune in un'ottica di futuro così ampia da umiliare, oggi, molti nostri miopi legislatori, ….. e certo la sensibilità e il punto di vista femminile sono stati preziosissimo contributo.
Nel recente passato abbiamo sentito straparlare di costituzione percepita, di costituzione reale, di costituzione vecchia, vogliamo, ripeto, sull'onda del 4 dicembre, esigere che la Costituzione nata dalla guerra di Liberazione venga applicata, in tutti i suoi aspetti: primo, in questi giorni di delirio e di incertezza, riconfermiamo forte e chiaro il RIPUDIO DELLA GUERRA, ma vogliamo anche che sia tutelata la salute di tutte le persone presenti nel nostro paese, la laicità dello stato e della scuola pubblica, il lavoro, inteso come strumento di dignità e non di sfruttamento, e noi, oggi, dobbiamo fare un ulteriore passo, chiedendo che nel nostro paese siano tutelati i diritti umani intrinseci ad ogni individuo, uelli che fanno parte della sua integrità: il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza.
I diritti umani hanno queste caratteristiche:
sono universali, cioè validi in tutto il mondo
sono innati: appartengono a ognuno dal momento della nascita
sono inalienabili: non è possibile rinunciarvi
sono inviolabili: esistono indipendentemente dai governi, e nessun governo può limitarli
sono naturali: si applicano indipendentemente dal fatto che il governo li confermi o meno
sono indivisibili: devono essere applicati tutti, senza esclusioni
Curiosi eredi siamo di quel popolo coraggioso e fiero di resistenti, curiosi eredi spesso pavidi e sottomessi a stereotipi che ripetuti e strombazzati a lungo sui media paiono veri, forse intorno troppi, ancora, gli eredi del popolo plaudente e sottomesso sotto quel balcone?
Torniamo a ribellarci popolo resistente, torniamo ad alzare il capo, noi siamo la nervatura della società civile, quella che deve trasportare linfa, ossigeno idee e se necessario azioni.
Seguendo il pensiero di Primo Levi facciamo guerra ai privilegi e a chi se li concede, alle spalle degli onesti, dei generosi, anche degli ingenui.
Lavoriamo affinché l'Europa che ci ha garantito 72 anni di pace non ricada nel baratro dei conflitti tra nazioni, guardiamo alle tragiche vicende dei popoli vittime di disegni geopolitici, non so quanto gestibili o ingestiti, con spirito di accoglienza, di sostegno, evitando facili prese di posizione se non si è davvero ottimamente informati sulle reali vicende e sulle loro implicazioni.
Applichiamo il nostro fermo antifascismo alla vita quotidiana, professiamolo come una fede laica e credo che molto del nostro dovere sia assolto.
La trasmissione della memoria non è un guardare al passato, è il mantenere efficiente il sistema immunitario della Nazione, coloro che ne fanno parte come testimoni o come famigliari, con la loro sensibilità allertata dalle sofferenze personali, sono gli anticorpi che prima di altri individuano e segnalano i comportamenti dannosi al “bene comune” con uistato a caro prezzo ed oggi così poco tenuto in considerazione.
Noi non parliamo di odio, l’odio non ci tocca, ma non possiamo neppure parlare di perdono, perché il nome di chi poteva perdonare è là, inciso su quelle lapidi, noi parliamo di giustizia e di dignità di tutti gli uomini, a cominciare dai più sfortunati, perché le umiliazioni che vengono loro inflitte umiliano anche noi.
Certo non ci spaventano le manifestazioni pateticamente nostalgiche verso i regimi sconfitti dalla storia, ma non accetteremo mai che vittime e carnefici siano messi sullo stesso piano.
E allora riprendiamo il cammino, sfoderiamo nuove energie, coinvolgiamo davvero i giovani facendo loro da guida, sfruttiamo il poco tempo che ci riserva la nostra sostanziale marginalità, per parlare loro ancora e ancora degli ideali grandi, la Libertà, la Giustizia, l'Eguaglianza, la Dignità, soprattutto responsabilizzandoli uno ad uno, guardandoli negli occhi come si guarda al futuro, con fiducia.
Sottraiamoli alla fascinazione di liturgie violente, ricordando che per coinvolgerli bisogna convincerli, non sedurli, e il lavoro è duro, per primi noi dobbiamo studiare e imparare, perché raccontare vicende umane, con le loro luci e le loro ombre, non per confondere ma per capire, è il punto imprescindibile di partenza.
Rivendichiamo con orgoglio il valore delle nostre storie e del nostro impegno, per evitare che il nostro impegno venga considerato come un nostro dovere, amara eredità del prezzo già pagato in passato dai nostri padri, e non una nostra, a volte gravosa, personale scelta di concreto volontariato, un servizio civile svolto a favore di tutti, prima di tutto degli apparati istituzionali che spesso ai nostri interventi prestano meno attenzione di quella data alla sagra dell'agnolotto.
I giovani bevono i nostri racconti come acqua pura di fonte, siamo generosi, cerchiamoli e prendiamoli per mano, senza intimidirli o peggio intimorirli, prima di tutto con un sorriso.
Ora fuori bandiere, sorrisi e abbracci, siamo i giganti della nazione, è festa per tutti.

Non maledire questo nostro tempo
non invidiare chi nascerà domani
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam potuto
negli anni oscuri senza libertà,
siamo passati tra le forche ed i cannoni,
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.
Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina
in queste mani sporche ha una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di si;
a chi è caduto per la strada noi giuriamo:
pei loro figli non sarà più così.
Vogliamo un mondo fatto per la gente,
di cui ciascuno possa dire “è mio”!
dove sia bello lavorare e far l’amore,
dove morire sia volontà di Dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli:
l’uomo ha due patrie: una è la sua casa
e l’altra è il mondo e tutti siam fratelli.
Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi
uando c’è ancora chi di fame muore:
vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del Signore.
Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace;
vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino
anche se uccide in nome della pace.
(poesia di Luigi Lunari, poeta milanese, partigiano tra Como e Sondrio, giornalista. Il testo è stato recitato dall’attore Renzo Arato durante la manifestazione in ricordo della fine della guerra di Liberazione, il 25 aprile 2007 a Cortandone. Riproponiamo questi versi perché ci sembra il miglior modo di sintetizzare quanto non dovremmo mai dimenticare.) 




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