venerdì 15 settembre 2017

Per loro la guerra non era finita

In rete, la Volante Rossa viene ampiamente definita come “gruppo terroristico operante a Milano nel dopoguerra”. Questa denominazione parecchio approssimativa e di sapore revisionista, taglia via la storia autentica della Volante Rossa, nata nell’estate del 1945 come circolo ricreativo di via Conte Rosso presso la Casa del Popolo di Lambrate.
Forse, la Volante tale sarebbe rimasta, se la recrudescenza fascista dell’immediato dopoguerra e la pesantissima restaurazione antipopolare nelle fabbriche, non l’avesse progressivamente trasformata in un gruppo che si misura sul campo, al fianco degli operai di Milano, lungo il sottile confine tra legalità e illegalità.
A dar vita alla Volante Rossa, che prende nome dalla 85° Brigata partigiana della Valle d’Ossola, sono i figli di chi ha combattuto in montagna, sono i fratelli minori dei partigiani, sono talvolta ex partigiani (Angelo Maria Magni, Dante Vecchio, Otello Alterchi) delle Brigate Garibaldi o del III GAP di Milano, giovani uomini che faticosamente tentano di ritornare alla vita civile e che, ad ogni passo, si sentono traditi.

Tanta parte d’Italia già nel ‘45 stenta infatti a fare i conti con il proprio passato fascista, cerca di dimenticare il messaggio dei partigiani, morti per liberare il Paese e per costruire una autentica democrazia progressiva, e in alcuni casi vorrebbe mettere al bando la Resistenza come inquietante episodio di riscossa popolare o di ridurne i valori ad una celebrazione monumentale.
Tra i fondatori della Volante Rossa, insieme a giovanissimi operai di Lambrate (Comini, Clerici, Finardi, Burato, Banfi, Cimpellini, Biadigo) c’è Giulio Paggio, il tenente Alvaro, 18 anni nel luglio ’44 quando a Piazzale Loreto assiste alla fucilazione da parte dei nazifascisti di quindici patrioti antifascisti, e decide, allora e per sempre, di vendicarne la morte.
Gli operai di Milano e i ragazzi della Volante Rossa, che nel ’47 prenderanno la tessera del Partito Comunista, sperano che il Paese del 25 aprile sia davvero un Paese migliore, capace di sconfiggere il fascismo non solo con le armi, ma di liquidarne ogni residuo, di epurarne ogni sopravvivenza dalla direzione delle fabbriche, dalle istituzioni, dalle prefetture e dalle questure. Sperano davvero che il Paese per cui hanno combattuto garantisca diritti e uguaglianza e riconosca il giusto ruolo ai combattenti e agli operai che contro il fascismo hanno scioperato nel marzo del ’43, e poi ancora nel marzo del ’44, che hanno occupato le fabbriche e difeso gli impianti di produzione dalla furia nazista.
Dopo il grande sogno dei cortei partigiani, gli uomini della Volante Rossa e con essi la classe operaia di Milano, particolarmente agguerrita e fortemente politicizzata, aprono gli occhi il 26 aprile e si accorgono che non è così.
Oggi, si racconta ai giovani che c’è stato il fascismo, la guerra, la Resistenza e poi come in una fiaba a lieto fine la pace, la Repubblica, la Costituzione. Il racconto storico spesso sorvola sulla ferocia antipopolare dell’immediato dopoguerra, sulle lotte operaie del 1947 e la rabbia dei partigiani cacciati dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro.
Il racconto storico non dice quasi mai dei morti contadini della prima strage padronale e mafiosa di Portella della Ginestra, primo maggio 1946, e della impunita uscita dalle prigioni di troppi uomini compromessi con la dittatura, dal prefetto di Genova al generale Graziani.
Il racconto storico tace soprattutto sulle mille cancrene fasciste che, dopo il 25 aprile, trovano legittimazione e spazio nelle istituzioni, e tace, ad esempio, sulla cacciata del Comandante partigiano Ettore Troilo dalla Prefettura di Milano, su nomina del CNL, rapidamente sostituito da un uomo più vicino al nuovo potere democristiano che celebrerà la propria epopea il 18 aprile 1948.
Forse un romanzo di Fenoglio, “La paga del sabato” ci parla della rabbia di chi ha combattuto e ora si vede messo al bando. Certamente la storia ufficiale non ci parla di questa rabbia delusa e difficilmente racconta l’operato di cento sigle neofasciste che, già nell'autunno della Liberazione, insanguinano Milano, inneggiano al regime appena sconfitto e troveranno unità e legittimazione istituzionale già nel dicembre ’46 con la costituzione del MSI che trova posto nel Parlamento della nuova repubblica.
I gruppi fascisti (SAM, RAM, Movimento tricolore, Gruppi di azione monarchica, FAR, Movimento unitario nazionale) compiono attentati alle case del Popolo, alle sedi dei sindacati, del PCI e del PSI, il 5 aprile ’46 tendono un agguato al dirigente comunista Di Vittorio, trafugano la salma di Mussolini, lanciano bottiglie incendiarie, e suscitano un allarme fortissimo tra gli ex partigiani. 
Alcuni, come Walter Audisio, Comandante Valerio, minacciano di riprendere le armi, altri, come il Comandante Armando della Brigata Rosselli con i suoi uomini in montagna ci tornano davvero, a Santa Libera, nel cuneese. A denunciare i rischi della restaurazione è lo stesso Togliatti che scrive: “non è più possibile tollerare oltre che in una città come Milano ogni otto giorni vi sia un attentato al tritolo sul PCI o si spari sui lavoratori. O si pone termine a questi delitti, oppure nessuno si lamenti se la collera dei lavoratori e dei democratici si manifesta in forme violente. Di fronte alla criminalità reazionaria e fascista nessuno pensi venga ripetuto il fatale errore di coloro che nel 1921/1922 predicarono la rassegnazione, la capitolazione, la bontà”.
La rinascita fascista e la restaurazione padronale nelle fabbriche stringono d’assedio la fortezza operaia di Milano, Lambrate e Sesto. Qui si colloca la storia della Volante, gruppo tutt’altro che clandestino, che, anzi, ostenta al massimo la propria visibilità per terrorizzare i fascisti e i padroni che hanno loro aperto le porte del 1922.
Il gruppo si sposta su un autocarro Chevrolet Dodge residuato dell’esercito inglese, ha una divisa, un simbolo, una bandiera, una canzone e un nome ben conosciuto dalla Milano antifascista.
La Volante Rossa interpreta allo stremo la rabbia operaia, ribatte colpo su colpo, segna le case dei fascisti, li insegue, se riesce li ammazza. Il Tenente Alvaro e i suoi arringano la folla in sciopero, accorrono nelle fabbriche chiamati direttamente dagli operai, contro i quali si consumano mille ingiustizie, sono in prima fila durante gli scontri, da quelli del luglio ’47, quando viene fatto divieto di ricordare i morti del luglio ’44 a Piazzale Loreto, a quelli dello sciopero generale del novembre ’47, e sono in prima fila anche nelle occasioni istituzionali, durante il sesto Congresso del PCI a Milano ad organizzarne il servizio d’ordine.
Non un gruppo clandestino, non dei terroristi nascosti, ma uomini che, a viso aperto, conducono una guerra senza fine e senza quartiere, che tenta di interpretare il sentimento collettivo della Milano operaia, con la quale tiene collegamenti precisi, estesi dalla Barona, all’Alfa Romeo, dalla Innocente alla Breda.
Certo, gli uomini della Volante Rossa si macchiano le mani di sangue, sono coinvolti nell'omicidio di Ferruccio Gatti, ex squadrista e dirigente del FAR dopo la Liberazione, in quello dell’ex dirigente fascista de' Il meridiano d’Italia, fino a quello di Ghisalberti che fu, probabilmente, tra gli assassini del dirigente comunista partigiano, Eugenio Curiel.
Non sta a noi giudicarli. Ad essi il Presidente Sandro Pertini ha concesso la grazia nel 1978, e alcuni di loro, con molte amarezze, sono tornati in Italia, ma solo per qualche giorno. Quello che noi oggi possiamo dire con qualche certezza è che gli uomini della Volante Rossa non erano sicuramente vendicatori solitari o pazzi sanguinari. Non erano nemmeno eroi, anche se a volte siamo tentati di crederlo. Erano uomini che hanno preso su sé stessi il carico delle aspirazioni e delle atroci delusioni del proprio tempo, fino al punto, forse, di esserne travolti. Hanno vissuto senza tregua il tormentato dopoguerra italiano, hanno cercato, oltre ogni paziente compromesso, la strada della giustizia partigiana, e forse, della rivoluzione comunista.


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