martedì 3 ottobre 2017

Inciampare per non dimenticare

Se la memoria dei singoli è fragile come sabbia, la memoria collettiva di una città è pesante, inscritta in materia destinata a rimanere, attraverso il tempo allacciando dall’una all’altra diverse e distanti generazioni.
Per questo, scriveremo una pagina del passato delle nostre città, e di alcuni che le hanno abitate, nelle “Stolpersteine”.
Nelle città d’Europa, da Colonia a Berlino, da Torino a Venezia, le pietre da inciampo affiorano dal selciato, quasi a trattenere il passo di chi è distratto; e il leggero chiarore della lastra di ottone, che le ricopre e reca inciso il nome di quanti ebbero la propria identità cancellata nel gorgo dello sterminio, è una dichiarata stilettata alla supina indifferenza di chi ha dimenticato o rimosso quello che è stato.

Traditi da chi credevano amico, come Rosa Gaiaschi di Pavia;
inseguiti e rastrellati nel fitto delle colline del Brallo, come cinque partigiani, imprigionati a Varzi, fino all’ultimo respiro sadicamente picchiati da un kapo di lager, come il ribelle Teresio Olivelli, prigionieri ammanettati di filo spinato in una guerra in cui ciascuno ebbe in sorte il dover scegliere da che parte stare, come Anna Botto, antifascista, maestra a Vigevano, o Egisto Cagnoni, nato a Broni, socialista, cervello e cuore dalla prima disperata trincea allo squadrismo fascista degli anni 20, donne e uomini, giovani e vecchi, vennero deportati e trasmutati in numero.
Oppositori al nazifascismo o esclusi dal cerchio magico della “perfezione ariana”, portatori di “sangue debole o infetto”, così da dover essere estirpati dal mondo ad opera di volonterosi e convinti carnefici, nei lager ebbero strappata l’identità e la vita.


Le pietre da inciampo, echeggianti nella loro definizione il passaggio biblico che le nomina [1], saranno poste nei nostri selciati da Gunter Demnig, lo scultore che le ha ideate, nel gennaio 2018, là dove hanno vissuto le persone deportate.
Il loro nome e la loro storia, inquietamente, ci vincola al dovere di riconoscerci come uguali, noi che viviamo sullo stesso pianeta, l’uno imparando la lingua e la storia dell’altro.
La realizzazione del progetto è stata curata dal Comitato Pietre da Inciampo, presieduto da Marco Savini, con ANPI Provinciale, Associazione ex Deportati italiani, Anpi Vigevano, Anpi Broni, Anpi Varzi, con il patrocinio della Provincia di Pavia, dei Comuni coinvolti e di Camera del Lavoro.

Gunter Demnig sarà a Pavia, piazza Petrarca civico 32, il 18 gennaio, ore 17:00 per la pietra dedicata a Rosa Gaiaschi deportata su delazione con il figlio e il marito Mario Pettenghi, morto in lager; a Broni il 19 gennaio via Olivelli civico 48, alle ore 11:00 per quella dedicata a Egisto Cagnoni assassinato nella camera a gas di Harteim (Austria); a Varzi il 14 gennaio in piazza Umberto Primo civico 1, ore 9:00 per la posa di cinque pietre per i cinque partigiani catturati al Brallo; a Vigevano il 19 gennaio alle ore 9:00 in via del popolo civico 11 ultimo domicilio conosciuto di Anna Botto, le cui tracce si perdono alle soglie della baracca di Ravensbrück, data alle fiamme dalle SS nel novembre ‘44, e nell’atrio del liceo di via Cairoli civico 27 che vide studente Teresio Olivelli.

Noi, che a questo progetto abbiamo creduto e ci permettiamo di impiegare queste righe anche per ringraziare tutti i componenti del Comitato, prima di tutti Cristina Gaiaschi e Alessandra Magenes, vorremmo che le pietre da inciampo fossero l'esatto punto materiale in cui città diverse “che si succedono sopra lo stesso suolo, incomunicabili tra loro” (cit. Calvino, Le città invisibili) si incrociano, si conoscono, si riconoscono e, forse, cercano un nuovo linguaggio di umanità e pace.
Per dire, oggi, il nostro no ad ogni forma di razzismo xenofobo.


[ 1 ] Romani 9,32-33

32 Perché? Perché l'ha ricercata non per fede ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d'inciampo, 33 come è scritto:
«Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo
e una pietra di scandalo;
ma chi crede in lui non sarà deluso
».




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