sabato 11 novembre 2017

Giurisprudenza: una questione culturale e sociale.

Sull'applicazione contraddittoria del reato di apologia di fascismo nella giurisprudenza recente, pubblichiamo con piacere l'analisi condotta dal giurista Luca Casarotti, membro del direttivo della sezione “Onorina Pesce Brambilla” di Pavia.

Nel marzo 2014, la prima sezione penale della Cassazione confermava la condanna inflitta sia in primo che in secondo grado a due militanti di Casapound, tra cui il futuro consigliere comunale di Bolzano Andrea Bonazza, per il reato di «manifestazioni fasciste» di cui all’art. 5 della Legge Scelba. Come si legge nella sentenza della Cassazione, il 10 febbraio 2009 i due avevano chiamato il «presente!» e fatto il saluto romano durante un presidio per il giorno del ricordo, a cui avevano presenziato una sessantina di neofascisti. La Corte d’appello di Trento, facendo eco alla Sentenza costituzionale n. 74 del 1958, aveva scritto:

«non tutte le espressioni di adesione al disciolto partito fascista possono integrare la condotta punibile ma solo quelle rese in pubblico e reputate idonee a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste; […] il cosiddetto saluto romano rappresenta una manifestazione esteriore propria e usuale di organizzazioni o gruppi tesi a diffondere idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.»


Nel caso di specie, concludevano i giudici, i due imputati avevano fatto il saluto romano durante una manifestazione pubblica, alla presenza di più persone: quindi la loro condotta, idonea a provocare adesioni e consensi, costituiva reato. La Cassazione aveva condiviso questo sillogismo e confermato la condanna. Era stato liquidato in poche righe il ricorso dell’Avv. Domenico Di Tullio, legale di svariati camerati e a sua volta presenza fissa alle iniziative di casapound, che aveva riproposto nel giudizio di Cassazione un grande classico dei processi ai neofascisti: il «contrasto con più articoli della costituzione (artt. 21, 3 e 117)»; la «natura di “reato di opinione” della previsione incriminatrice»; la «necessità di adeguamento della previsione di legge al mutato clima politico e istituzionale»; «l’obbligo di adeguamento alla normativa sovranazionale in tema di libera manifestazione delle opinioni». In parole povere, la consueta autorappresentazione dei fascisti come vittime del sistema che li censura e reprime [1].
Ma con due sentenze del 2016, la stessa prima sezione penale della Cassazione ha ribaltato il suo orientamento, nonostante a parole dica il contrario. Il processo riguardava questa volta il corteo neofascista del 2014 in memoria del repubblichino Carlo Borsani e dei missini Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, che si tiene ogni anno a Milano il 29 aprile. Anche qui – ça va sans dire – era stato più volte chiamato il «presente!» e le braccia si erano romanamente alzate in ricordo dei camerati caduti, nello sventolio di bandiere con le celtiche. Le stesse condotte del presidio di Bolzano, quindi, ma alla presenza di molte più persone: circa un migliaio, secondo gli atti del processo. Il video del corteo era anche stato diffuso su internet. Identica l’imputazione: art. 5 della legge Scelba, «manifestazioni fasciste». Opposta la valutazione del giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano che, scrive la Cassazione avallandone la sentenza,

«evidenziava la natura della manifestazione e del corteo, organizzati al solo fine commemorativo di tre defunti, tutti storicamente vittime di una violenta lotta politica che aveva attraversato diverse fasi storiche, sottolineando che le manifestazioni di carattere fascista e con indubbia simbologia fascista erano finalizzate a detta commemorazione, in segno di omaggio e di umana pietà, senza alcuna finalità di restaurazione fascista;

  • rappresentava, inoltre, le modalità ordinate e rispettose del corteo, svoltosi in assoluto silenzio, portando i manifestanti le fiammelle in mano accompagnati dal solo suono dei tamburi senza inni, canti, frasi o slogan evocativi dell’ideologia fascista, senza comportamenti aggressivi, minacciosi o violenti nei confronti dei presenti, armi o altri strumenti; […]
  • escludeva, alla luce della complessiva valutazione delle circostanze e modalità del corteo, e pur in presenza di ostentazione di simboli e saluti fascisti, che la manifestazione avesse assunto connotati tali da suggestionare in concreto la folla inducendo nei presenti sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista.»


La contraddizione è evidente: la manifestazione è stata indetta per commemorare un repubblichino e due neofascisti, ma non ha indotto nei presenti sentimenti nostalgici. Inutilmente il Procuratore della Repubblica di Milano aveva provato a far notare nel suo ricorso in Cassazione che il giudice di primo grado «ha valorizzato aspetti e circostanze oggettivi del tutto irrilevanti, come l’assenza di violenza o di minaccia»: l’art. 5 della legge Scelba, infatti, non richiede in alcun modo che le manifestazioni vietate debbano essere violente o minacciose; basta che siano «usuali del disciolto partito fascista». Nonostante ciò, per la Cassazione la ricostruzione del GUP di Milano è ineccepibile [2].
Il nuovo art. 293-bis del codice penale, che sarà introdotto se la legge Fiano verrà promulgata, dovrà tra le altre cose essere applicato dalla stessa magistratura che sul reato di manifestazioni fasciste è giunta ad autocontraddirsi in sentenze emesse a pochi anni di distanza l’una dall’altra, interpretando le norme della legge Scelba in senso molto più restrittivo rispetto addirittura a quanto non avesse fatto la Corte costituzionale nel 1958, nel clima che caratterizzava la cultura giuridica nel 1958, con i giudici che componevano la Corte costituzionale nel 1958 [3].
Prima e al di là delle convinzioni personali dei singoli magistrati, l’impressione è che l’intera categoria non sia preparata a giudicare questo tipo di reati a connotazione politica, anche perché non riceve alcuna formazione in materia. Succede così che nel 2015 quattro neofascisti, che dalla curva dell’Ellas Verona avevano fatto il saluto romano durante una partita tra Verona e Livorno, siano stati assolti in primo grado, perché il gesto era una «provocazione rivolta verso gli avversari» durante una manifestazione sportiva, che «non è normalmente il luogo deputato a fare opera di proselitismo», e quindi non sussiste il pericolo di ricostituzione del partito fascista [4]: un’argomentazione del genere ignora del tutto, per fare un solo esempio, le strategie di reclutamento di militanti negli stadi attuate dal national front inglese negli anni ’80 [5].

Note
1. Tutte le citazioni sono tratte da Cass., sez. I penale, n. 37577/2014.
2. Tutte le citazioni da Cass., sez. I penale, n. 28298/2017. La sentenza è stata accolta con entusiasmo dal Primato nazionale, il giornale online di Casapound, che l’ha pubblicata integralmente sul suo sito.
3. Su potenzialità e limiti intrinseci alla formulazione del nuovo reato, che paradossalmente oscilla dal troppo restrittivo al troppo vago, si veda anche quanto scrive l’Avv. Marco Sommariva in C. Torrisi, Un avvocato spiega cosa cambierebbe con la legge contro la propaganda fascista, vice.com, 14 settembre 2017.
4. Il virgolettato è in L. Pisapia, Saluto fascista allo stadio non è reato perché non è luogo dove si fa politica, ilfattoquotidiano.it, 18 aprile 2015.
5. Per approfondire il tema, un punto di riferimento imprescindibile nella saggistica italiana sono gli scritti di Valerio Marchi. Si vedano su tutti V. Marchi, Inghilterra 1890-1990. Un secolo di sottocultura “hooligan”, in Id. (a cura di), Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’europa, [ed. or. Roma-Koinè 1994] ora Roma-Red Star 2014; Id., Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio, [ed. or. Roma-DeriveApprodi 2005) nuova ed. Roma-Alegre 2014.


Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/

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