giovedì 26 aprile 2018

Libertà è partecipazione: la festa della Liberazione raccontata ai giovani

Pubblichiamo con piacere il testo dell'intervento di Salvatore Salzano, del circolo ANPI di Stradella, il 25 Aprile a Portalbera.

Una vecchia canzone di tanti anni fa, di Giorgio Gaber, diceva “libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione”.
Proprio a partire da questa vecchia canzone voglio fare alcune considerazioni sul significato della giornata odierna. E voglio rivolgermi ai più giovani, a coloro che oggi non hanno vent’anni. Mi si perdoni pertanto il tono “da vecchio nonno” con cui parlerò di queste vicende.
Oggi ricorre l’anniversario della “liberazione”.
Ma che cosa significa veramente questa data?
Sappiamo che questa giornata è stata istituita, nell’aprile del 1946, per ricordare il 25 Aprile del 1945, quando la voce di Sandro Pertini, da radio Milano Libera, proclamava l’insurrezione di tutto il popolo italiano per cacciare definitivamente dalla nostra patria gli invasori nazisti e i loro complici fascisti.
L’Italia usciva da una guerra disastrosa, nella quale era stata coinvolta da una dittatura feroce, che aveva messo a tacere le opposizioni, ricorrendo all’assassinio di uomini politici, come, ad esempio, Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola, giornalisti, come Piero Gobetti, preti, come Don Giovanni Minzoni, che osarono ribellarsi contro la tirannia, contro il regime imposto da Benito Mussolini e dai suoi seguaci. La stessa dittatura feroce che aveva chiuso i giornali indipendenti, proclamato le leggi razziali.

Erano stati 20 anni terribili, senza libertà, con la paura di essere licenziati o denunciati anche solo per aver espresso un pensiero critico verso il governo.
La notte dell’Italia cominciò il 3 gennaio 1925, quando Mussolini si liberò anche della parvenza di un governo democratico e consolidò la sua dittatura.
Quel periodo nero terminò in quell’aprile del 1945, quando gli scioperi dei lavoratori nelle industrie, e i partigiani sui monti e sulle colline, dettero l’ultima spallata per far cadere un regime che nessuno aveva democraticamente eletto e che si era mantenuto al potere solo grazie alla violenza e alla sopraffazione.
Gli italiani riuscirono a liberarsi partecipando insieme, uniti, anche se con idee diverse, alla lotta partigiana.
La lotta partigiana fu un esempio di partecipazione che non si incontra facilmente nella storia. Di fronte ad un nemico comune, tutte le forze politiche italiane, che avevano agito clandestinamente in quei 20 anni, i cattolici, i liberali, i socialisti, i comunisti, gli azionisti, ed anche alcuni settori della monarchia, seppero unirsi e costituire il Comitato di Liberazione Nazionale, il CLN, nato con lo scopo di cacciare i fascisti e i nazisti dall’Italia.
E agli appelli del Comitato di Liberazione Nazionale risposero tantissimi italiani, uomini, donne, giovani e anziani, da Nord a Sud.
Furono in tanti a partecipare, come fecero, subito dopo l’8 settembre del 1943, i cittadini di Napoli, che nelle famose 4 giornate, dal 27 al 30 settembre 1943, presero le armi e cacciarono via i Nazisti dalla loro città.
Questo episodio, fra l’altro, mi tocca particolarmente da vicino perché in quell’occasione trovò la morte, fucilato dai nazisti, insieme ad altri cinque civili, anche il mio bisnonno, Pasquale Salzano, in quella che fu la strage della masseria Maranese: erano colpevoli di aver nascosto circa trenta giovani che stavano per essere deportati nei campi in Germania.
E così fu per migliaia di italiani, si stima che le vittime furono circa 23.000, in tutti i luoghi della penisola. Stragi famose, come a Marzabotto, alle Fosse Ardeatine, a Sant'Anna di Stazzema, e stragi meno note, come per le vittime di Mornico Losana, dove ho avuto l’onore di recarmi lo scorso 25 aprile: Giuseppe Bevilacqua, Alessandro Conte, Cleto Madama e Remo Barbieri.
O come i partigiani di Portalbera, Franco Cavanna, partigiano della Divisione "Aliotta", brigata “Crespi”, ucciso dai fascisti della Sicherheits il 20 gennaio del 1945, e Pasquale Rovati, della Divisione "Aliotta", brigata Gramigna, che insieme ai suoi compagni di brigata Carlo Manelli, Pietro Algeri, e Marco Bertani e a due civili, Carlo Covini e Angelo Luigi Lanzani, furono uccisi il 24 novembre 1944, in una imboscata tesa dai nazifascisti.
E ancora ricordiamo Peppino Carini, della Divisione "Gramsci", brigata Gramigna, ucciso il 26 aprile, ormai a guerra finita, da un gruppo di fascisti, sulla strada per San Cipriano.
E ricordiamo le vittime civili, che pagarono per l’attività antifascista, come Arnaldo Negri, fucilato dalla Sicherheits il 28 marzo del 1945.
E ancora ricordo il sacrificio dei militari: non possiamo non parlare degli atti di eroismo di tanti soldati dell’esercito italiano, abbandonati alla mercé dei tedeschi da un governo vile e da un Re che gettò nel fango la corona, soldati che scelsero quasi tutti da che parte schierarsi: dalla parte dei combattenti per la libertà. Qui a Portalbera ricordiamo il Sottotenente del genio pontieri Pietro Chiesa, ucciso dai tedeschi subito dopo l’8 settembre, considerato dagli storici il primo dei caduti della resistenza, che insieme agli Alpini della divisione “Val di Fassa” e a molti civili della zona di Carrara combatté contro i tedeschi, sapendo subito da che parte stare. Furono tanti gli episodi che videro protagonisti i nostri soldati. Come a Porta San Paolo a Roma, quando il 10 settembre del 1943 molti militari della Divisione Granatieri di Sardegna, del battaglione Genova Cavalleria, della Divisione Sassari e tanti semplici cittadini fecero un disperato tentativo di fermare i nazisti.
E infine, rivolgendomi soprattutto a voi giovanissimi, come non ricordare il sacrificio di tanti ragazzi, quasi bambini. Li ricorda benissimo un’altra bellissima canzone di Eugenio Bennato, “canto allo scugnizzo”, dedicata a quei ragazzini di 10 anni o poco più che durante le 4 giornate di Napoli dettero il loro contributo di piccoli eroi portando messaggi, armi, munizioni.
Tutti costoro pagarono con la vita la loro partecipazione alla liberazione del nostro Paese.
Oggi si sente dire da più parti che non è vero che i partigiani avrebbero liberato l’Italia senza l’aiuto degli americani, si sente dire che i partigiani erano pochi e anche male armati, e che gli americani avrebbero ugualmente vinto la guerra contro i tedeschi. Alcuni arrivano, senza provare vergogna, a dire che i partigiani fecero male a combattere perché causarono la rabbia dei nazisti e quindi le rappresaglie sulla popolazione.
Sì, è probabile che i partigiani non fossero un esercito fortissimo e bene armato, ma il valore di quella guerra partigiana, il valore di quella partecipazione popolare, non sta tanto nel numero di divisioni messe in campo dal CLN, quanto dall’atto stesso di partecipare.
La dittatura fascista poté durare venti anni perché gli italiani lo permisero. Il fascismo aveva preso il potere trovando pochissima opposizione, addirittura con la complicità di chi avrebbe dovuto difendere il fragile regno d’Italia, uscito piuttosto indebolito dalla prima guerra mondiale.
Tanti italiani, in quei primi anni ‘20, protestavano per avere lavoro, diritti, salari sufficienti a condurre una vita dignitosa e, credetemi, dopo la prima guerra mondiale molte famiglie erano veramente ridotte alla fame. Ma furono lasciati soli: la cosiddetta “gente per bene” li considerava dei pericolosi sovversivi, storceva il naso quando scioperavano. Dopo due anni di tensioni sociali e scontri nel Paese, da più parti furono in molti, soprattutto chi era uscito arricchito dalla guerra e non capiva la disperazione di chi invece aveva perso tutto, a voler reprimere ogni forma di protesta.
E la maggioranza stette in silenzio a guardare, e non disse nulla mentre i fascisti pian piano prendevano il potere e soffocavano la libertà nel paese.
La libertà fu persa perché non c’era stata partecipazione: non ci fu nessuno a fermare la marcia su Roma nel 1922, che pure, dal punto di vista militare, fu veramente una cosa inesistente. Lo stesso Mussolini non credeva che ci sarebbe riuscito ed era rimasto a Milano, pronto a fuggire in Svizzera se le cose fossero andate male. Non ci fu nessuno a protestare quando l’onorevole Giacomo Matteotti fu assassinato dopo aver denunciato pubblicamente le illegalità nelle elezioni del 1924.
Gli italiani avevano perso la loro libertà perché non avevano partecipato alla vita del Paese, avevano lasciato ad altri il compito di decidere del loro destino.
Ecco allora il valore della guerra di liberazione: la partecipazione di tantissimi italiani. Chi combatteva, chi scioperava, chi portava i messaggi, chi dava da mangiare ai partigiani o ai soldati italiani, chi disobbediva agli ordini dei fascisti e dei nazisti, tutti questi Italiani, con la I maiuscola, restituirono dignità ad un popolo che sembrava averla persa.
Fu proprio grazie a loro che l’Italia fu trattata con più rispetto di quanto invece avrebbe meritato se fosse rimasta passiva ad aspettare i liberatori. Fu proprio la lotta di liberazione che consentì agli Italiani di non essere trattati come i cittadini di un paese sconfitto ed umiliato. Quegli italiani hanno difeso la nostra bandiera, la nostra terra, i nostri valori.
Quegli italiani ci hanno consegnato un messaggio molto importante: se volete essere liberi, dovete partecipare.
E ci hanno anche consegnato una Carta che rappresenta la nostra Bibbia laica, la Carta che ci dice come dobbiamo comportarci per restare liberi: la Costituzione, che proprio nel 2018 ha compiuto i suoi 70 anni.
Gli italiani per molti anni hanno dimostrato di aver capito la lezione della Resistenza: hanno vissuto nel rispetto dei valori della Costituzione, hanno partecipato alla vita politica del Paese, lottato, democraticamente, per rendere sempre migliore il nostro Paese. Un grande esempio di partecipazione, pur con tanti aspetti controversi, furono le lotte operaie e studentesche del 1968, che hanno contribuito alla conquista di tanti diritti importanti, fra i quali vale la pena di ricordare la carta dei diritti dei lavoratori del 1969, e i decreti delegati del 1974, che hanno significato una scuola democratica e per tutti, anche per i più poveri.
Grazie alla partecipazione abbiamo superato ostacoli molto difficili. Proprio in questi giorni ricorrono i quaranta anni di una grande tragedia per il Paese: il 16 marzo del 1978 un gruppo di terroristi, ammazzando cinque agenti di scorta, rapiva il presidente del maggior partito italiano, l’onorevole Aldo Moro, e successivamente lo assassinava, facendo ritrovare il suo corpo il 9 maggio del 1978. Questi terroristi volevano colpire la Repubblica Italiana, volevano limitare la nostra libertà.
Ricordo quel 9 maggio 1978, non avevo ancora compiuto 16 anni, e mi trovavo a Brindisi, la città in cui sono cresciuto. Appena saputa la notizia io e tantissimi altri uscimmo di casa e andammo nella piazza principale, piazza della Vittoria, per protestare contro quell’orribile e inaccettabile attacco alle nostre istituzioni democratiche. Anche in quell’occasione in piazza c’erano tutte le forze democratiche: comunisti, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani. C’erano casalinghe, lavoratori, studenti, pensionati. E quel giorno fu così in tutte le città d’Italia. Ancora una volta gli italiani, insieme, con la loro partecipazione, sconfissero una pericolosa minaccia alla libertà.
E sempre il 9 maggio del 1978 un altro tragico evento ci ricordava l’importanza della partecipazione e della libertà. Non si trattava di libertà dai tedeschi o dal terrorismo, ma di libertà dalla mafia, quella bieca criminalità che è presente ancora oggi in tantissime parti del nostro paese e che opprime la libertà di tanti cittadini onesti. La Mafia è un nemico ancora più pericoloso, perché si fa forte della paura delle persone oneste, si fa forte, ancora oggi, della complicità di uomini corrotti che operano nelle istituzioni. Contro quel mostro, negli anni 70, un giovane combatteva con le uniche armi che aveva: il microfono di una radio libera, radio Aut, che a Cinisi, il paese del boss mafioso Tano Badalamenti, aveva il coraggio di denunciare pubblicamente la presenza della mafia. Quel giovane, Peppino Impastato, fu assassinato proprio il 9 maggio del 1978, fatto saltare in aria con dell’esplosivo sui binari della ferrovia.
Anche lui pagò con la vita la sua partecipazione per la libertà di questo paese.
Purtroppo però gli anni passano per tutti, e dopo altri quaranta anni dal quel 1978 mi guardo intorno e vedo un quadro che non mi piace.
Il nostro Paese vive un momento pericoloso. Dieci lunghi anni di crisi economica hanno indebolito la parte più povera del paese. Ci sono persone che hanno perso il lavoro e la casa, ci sono imprenditori che hanno chiuso le fabbriche e si sono suicidati, strozzati spesso da regole impossibili e da uno stato che non li ha aiutati. Ci sono malati che non possono curarsi perché la salute è diventata un privilegio per i più ricchi. Ci sono contadini che lasciano il raccolto nei campi perché le regole di un mercato impazzito e in mano alla finanza internazionale non gli consente più di campare del proprio onesto lavoro.
E, contemporaneamente, ci sono persone che non pagano le tasse, che corrompono per ottenere favori, che rubano pur occupando dei posti di responsabilità.
E la criminalità organizzata, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, sono ancora molto forti, e impediscono una vita libera e dignitosa in molte parti del Paese.
E i fascisti, nascosti dietro nuove sigle, tornano a minacciare e picchiare, e a rivendicare il diritto di partecipare alla vita democratica, proprio loro, che la democrazia cancellarono.
Di fronte a tutto questo ci sentiamo sempre meno protetti: quelle istituzioni, quei partiti che dovevano rappresentarci, ci appaiono sempre più lontani, se non, addirittura, responsabili di scelte sbagliate che ci hanno ridotto in queste condizioni.
In questi giorni particolarmente delicati il nostro Paese fatica a trovare un governo stabile. Siamo usciti dalle elezioni del 4 marzo senza avere un partito più forte degli altri ed in grado di governare da solo.
Per alcuni questa è una cosa negativa. Molti dicono che ci deve essere un solo partito che deve poter governare indisturbato.
Spesso si sentono quelle stesse voci che nel 1920 favorirono la venuta del fascismo. Sento persone dire che c’è troppa democrazia, che dovrebbe comandare una sola persona, che la politica “fa schifo”.
Si sentono persone che danno la colpa della crisi non ai criminali e ai prepotenti che ci riducono alla fame, ma ad altri poveracci, più poveri di noi, che cercano di sopravvivere emigrando lontano da casa, proprio come fecero milioni di italiani che nei primi anni del ‘900 emigrarono in Sud America per non morire di fame.
Eppure io credo che proprio grazie a questa legge elettorale, imperfetta, che il 4 marzo non ha dato la vittoria a nessuno, si stia verificando un piccolo miracolo: dopo vent’anni in cui i partiti si fronteggiavano come nemici, negando il concetto base della democrazia, e cioè il rispetto per chi la pensa diversamente, adesso quegli stessi partiti sono stati messi di fronte ad una semplice verità, e cioè che in una società è necessario convivere, raggiungere, se necessario, dei ragionevoli compromessi fra esigenze diverse.
Questo è proprio lo spirito della democrazia parlamentare: i partiti non sono dei giocatori d’azzardo che se vincono prendono il comando e fanno quello che vogliono. I partiti dovremmo essere noi, e rappresentare 60 milioni di italiani che hanno idee e bisogni diversi. I partiti dovrebbero essere in Parlamento per trovare un accordo che ci consenta di convivere civilmente, senza farci la guerra fra noi, tenendoci uniti per fronteggiare un nemico comune, quel folle sistema economico che sta distruggendo l’ambiente in cui viviamo, ci sta riducendo alla fame e ci sta togliendo tutti i diritti alla salute, alla casa, al lavoro, all’istruzione, alla sicurezza personale che avevamo faticosamente conquistato nei primi 30 anni della Repubblica.
Ed è necessario collaborare anche per far fronte ai nemici della nostra libertà. Terrorismo, mafia, fascismo, non sono scomparsi: sono sempre pronti ad alzare la testa, se glielo lasceremo fare.
Per poter realizzare questa idea di democrazia, occorre che i partiti cambino volto. Occorre che trovino nuova forza proprio nella partecipazione. Invece vedo i miei concittadini che preferiscono “star sopra un albero”. Vedo i giovani che dovrebbero scendere nelle piazze e rivendicare il diritto ad un mondo migliore, e che invece passano il tempo davanti alla tastiera di un computer, sfogando, spesso in modo violento, a parole, la propria rabbia, insultando il prossimo che la pensa diversamente.
Il rischio è che un giorno o l’altro ci risveglieremo nuovamente senza libertà, e saremo mandati a combattere una nuova guerra che arricchirà altri ma non certo noi.
Contro questo rischio c’è un solo rimedio: la partecipazione. E lo dico a voi, che non avete ancora vent’anni e che avete davanti una vita intera da vivere. Scendete dall’albero. Occorre partecipare, tornare a fare politica in prima persona, senza aspettare che altri vi dicano come pensare o cosa dire. Non importa in quale partito o associazione o movimento vogliate impegnarvi, purché si riconosca nella Costituzione e nella Repubblica nata dalla lotta al fascismo.
Non importa quali idee abbiate: se il vostro impegno sarà onesto e sincero, sicuramente saprete dare un contributo all’Italia e rendere nuovamente credibili e puliti i partiti che ci rappresentano in Parlamento.
Tornate a impegnarvi contro criminalità, terrorismo, fascismo. Tornate a lottare per il diritto ad una scuola di qualità, che vi faccia crescere come cittadini consapevoli e non come sudditi sottomessi. Avete dei doveri e avete dei diritti: dovete rispettare i vostri doveri, e chiedere il rispetto dei vostri diritti.
Libertà e partecipazione, due parole sempre unite. Non si tratta però di una unione debole, non è solo una “e” congiunzione che le unisce. La vecchia canzone di Giorgio Gaber le univa con il verbo essere: libertà è partecipazione. Si è liberi solo se si partecipa.
Se voi saprete far rinascere la Politica e i partiti, allora vorrà dire che quel vento di libertà del 25 aprile 1945 non si è ancora fermato e per l’Italia potranno esserci ancora momenti luminosi.
Ecco, in conclusione, il messaggio del 25 aprile: la libertà è partecipazione. Siate liberi, abbiate il coraggio di esserlo!

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